
Per Ilenia Durazzi la moda ha bisogno di tempo Con The Atrium Show, la designer porta la SS27 in uno spazio abitato da arte, suono e performance

In una sfilata, il tempo di osservare un abito dura pochi secondi. È abbastanza per coglierne la silhouette, meno per capire da dove arrivano le sue forme o cosa succede quando incontra altri corpi, oggetti e linguaggi. Ilenia Durazzi ha scelto di partire da questa differenza. Per presentare la SS27, ha aperto Atrium, lo spazio culturale del brand a Milano, a una mostra in cui la collezione convive con opere, performance, suono e materiali d’archivio.
The Atrium Show non mette DURAZZI al centro di ogni stanza. Riunisce artisti e creativi con ricerche autonome e lascia che siano la vicinanza tra le loro opere e il passaggio delle persone a creare connessioni. Per Durazzi, questo spazio nasce dal desiderio di dare voce a ciò che circonda il brand, oltre che al brand stesso. È un’idea di cultura che richiede qualcosa di molto concreto: un luogo in cui incontrarsi e il tempo per farlo.
«C’è il tempo della condivisione con le persone, con i creativi», racconta. Uno spazio fisico, soprattutto in una posizione attraversata dalla città, rende possibile quello scambio che altrimenti rischia di restare un’intenzione. La sfilata, oggi, le sembra troppo rapida per restituire la stratificazione del suo lavoro. Atrium permette invece di fermarsi, tornare su un’opera, scoprire un dettaglio della collezione e vedere come cambia nel corso della giornata.
La Fashion Lounge è forse il punto in cui questa scelta diventa più evidente. Gli abiti non sono disposti come pezzi immobili da osservare: vengono indossati, assemblati e trasformati attraverso gesti ricorrenti. Il confine tra atelier, ambiente domestico e presentazione si fa meno netto. Altrove, una chitarra elettrica entra in relazione con fiori e catene, fotografie di corpi frammentati si imprimono sul marmo, mentre voci e immagini d’archivio riportano nello spazio presenze lontane nel tempo. Ogni stanza conserva il proprio carattere. L’insieme, però, parla la stessa lingua della collezione.
Quella lingua si chiama Assemblage. Per la SS27, Durazzi costruisce un guardaroba fatto di elementi che possono separarsi, spostarsi e acquisire un significato diverso quando vengono messi in relazione. Il car coat e il caban hanno colli, maniche e fodere removibili. Le camicie si aprono lungo le maniche e i fianchi, lasciando uscire volume e scoprendo il corpo. Le stampe sovrappongono sculture, fotografie, dischi, guanti e oggetti quotidiani, come accade sulle superfici di uno studio in cui le cose si accumulano prima di trovare una nuova forma.
Durazzi legge questo metodo anche come un riflesso del presente. «Siamo continuamente contaminati da informazioni, cose, discipline», dice. L’assemblage, per lei, dà una forma visibile a questa condizione. Nel guardaroba, però, l’accumulo non diventa confusione: ogni pezzo mantiene una propria identità e la precisione della costruzione tiene insieme il risultato.
È qui che la collezione trova la sua tensione più interessante. La sartoria segue il corpo con rigore, poi si interrompe in aperture ispirate al mondo equestre. Il raso di seta riflette la luce accanto alla tela porosa e agli strati trasparenti; la nappa e il suede leggero aderiscono come una seconda pelle. Placche metalliche, fibbie e dettagli in cuoio segnano le silhouette con una presenza più decisa. Non è una contrapposizione tra disciplina e sensualità: è il modo in cui l’una rende più visibile l’altra.
«Per me la sartorialità non è la giacca con il rever», spiega Durazzi. È la cura con cui un capo viene costruito intorno all’anatomia, la capacità di seguire e valorizzare il corpo. Anche quando sperimenta, la designer parte dai codici che hanno definito DURAZZI fin dalla sua nascita nel 2022: la sartoria, l’equitazione, la selleria e la lavorazione della pelle. Sono fondamenta che vuole preservare, continuando a cercare nuovi modi per renderle rilevanti.
La stessa continuità guida Atrium. Durazzi non lo immagina come un progetto scollegato dal marchio, anche se potrà ospitare iniziative che non riguardano una collezione o la moda. L’ambizione è che quello spazio accolga pubblici e conversazioni diverse, senza dover ricondurre ogni cosa a un prodotto. È anche il punto su cui si misura la credibilità di un brand che vuole partecipare alla cultura: nella capacità di sostenere queste relazioni nel tempo.
A quattro anni dalla fondazione di DURAZZI, Ilenia non considera conclusa la definizione del suo linguaggio. Vuole rafforzarne i codici perché siano riconoscibili, ma continuare a muoverli. The Atrium Show dà una forma a questa ricerca: gli abiti si possono aprire e ricomporre, le opere restano indipendenti anche quando dialogano, lo spazio cambia con chi lo attraversa. Per capire cosa tiene insieme tutto, stavolta, bisogna concedersi più di pochi secondi.