Vedi tutti

Perché è così difficile raccontare la moda nelle serie tv?

“Made in Italy” e i limiti delle storie sulla moda in televisione

Perché è così difficile raccontare la moda nelle serie tv? “Made in Italy” e i limiti delle storie sulla moda in televisione
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Walter Albini
Ottavio e Rosita Missoni
Miuccia Prada
Giorgio Armani
Gianni Versace
Krizia
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv

«Benvenuta,Irene, nel meraviglioso mondo della moda. Guarda che una volta dentro, sarà impossibile uscirne», dice Walter Albini con un gesto teatrale, poco prima che inizi uno slideshow di foto che ritraggono il vero Albini con un dialogo in voice-over che regala perle come «Ma Rita, quindi lui è un innovatore?» «Possiamo tranquillamente dichiarare che è il padre del prêt-à-porter almeno in Italia», seguito da un trasognato: «Insomma è stato importantissimo». 

In questo breve scambio di battute si nascondono tutte le perplessità che suscita Made in Italy, prodotto uscito su Prime Video nel 2019 ma arrivato solo di recente su Canale 5, e risposta italiana, si direbbe, a Emily In Paris con in più un certo piglio storico-documentaristico. Entrambe le serie decidono di raccontare la moda non dal punto di vista degli stilisti ma da quello dell’editoria, con protagoniste femminili che si ritrovano a lavorare in importanti redazioni che diventano il punto di vista privilegiato per osservare la scena della moda e la sua fauna. Ma la rappresentazione della moda che spesso ne esce rimane sempre qualcosa di didascalico o macchiettistico

L’origine del problema risale al film sulla moda più iconico degli ultimi vent’anni, ossia Il Diavolo Veste Prada, che ha impostato i parametri narrativi del genere: una protagonista ingenua ed estranea alla moda si ritrova catapultata in nuovo mondo, le sue prove da affrontare saranno personificate da boss e colleghi snob al limite del mobbing ma verranno superate dal suo buon cuore e la sua ricompensa alla fine sarà l’amore o uno scatto di carriera. Questo tipo di trama archetipica funzionava perfettamente per Il Diavolo Veste Prada perché era la prima volta che vedevamo questo storytelling in atto. Alla seconda o terza ripetizione si cade già nel cliché – peccato assai lamentato dai critici di Emily in Paris, sebbene la serie rimanga più o meno conscia della sua natura semi-fiabesca. Discorso diverso va fatto per Made In Italy, serie che narra non la scena della moda moderna, ma si sceglie come sfondo quella epica saga culturale che fu la nascita di Milano come capitale della moda italiana con tutti i suoi protagonisti: Walter Albini, Krizia, Giorgio Armani, Elio Fiorucci, Gianni Versace, Gianfranco Ferrè, la famiglia Missoni e via dicendo. 

Giorgio Armani
Miuccia Prada
Walter Albini
Ottavio e Rosita Missoni
Gianni Versace
Krizia

È stata la scelta di rendere quella Milano solo un fondale scenico e non una diretta protagonista della storia a deludere il pubblico. Gli inserti documentaristici inseriti a forza nella narrazione sono gli unici incaricati di raccontare (brevemente) le vicende dei grandi designer che poi, nel corso degli episodi, sono etichettati come “innovatori” senza troppe spiegazioni. Il passato è ricostruito anche con una certa autenticità (la leggendaria giornalista di moda Adriana Mulassano è stata consulente storica per la produzione) ma raccontato al pubblico in maniera tanto edulcorata e generalizzata da non rendere giustizia ai suoi protagonisti. Bisogna comunque riconoscere che la turbolenta Milano del post-68, fra crisi politiche, proteste studentesche e l’avvio degli Anni di Piombo, sarebbe difficilissima da raccontare in pieno, anche dal solo punto di vista della moda, come fiction generalista – e per questo Made In Italy fa un lavoro onesto. Eppure quella stessa storia è troppo interessante, troppo ricca di episodi e chiavi di lettura del mondo odierno per non meritare una narrazione migliore. 

Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv
Le copertine del magazine fittizio "Appeal" che appare nella serie tv

Parlare di moda in tv è difficile perché la moda è qualcosa che sfida le convenzioni (o dovrebbe). Per citare la stessa sceneggiatura di Made In Italy: «Per provocare davvero bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo». E una serie tv sulla moda dovrebbe sapere provocare esattamente come fa la moda, avere spessore e prospettiva, raccontarne il mondo non con gli occhi della stagista di buone speranze, ma con lo sguardo “interno” di un fotografo, di una modella o di un designer; parlare delle sue subculture e descrivere un’estetica che si allontani dallo styling scolastico da rivista e sia più vicina alla realtà (vedi gli outfit del protagonista di We Are Who We Are, la serie di Luca Guadagnino), ma anche approfondirne e contestualizzarne il ruolo in modo significativo e non con la sbrigatività di un comunicato stampa. In attesa di quel momento, bisogna accontentarsi della moda di Made In Italy: del tutto museificata, scolastica ma almeno sorridente e carica di buone intenzioni.