L’ultima stagione di "The Bear" esaspera, ma è giusto così Un saluto ad uno degli show più influenti della serialità moderna

Gli ultimi due anni sono serviti per dire addio a tante serie che sono entrate nel profondo del panorama dell’intrattenimento. Stranger Things ha tirato avanti per le lunghe il proprio finale, dividendosi in prima, seconda e persino terza parte con gli ultimi episodi all’inizio dell’anno, come trascinando i fan fino all'ultimo. La popolare comedy Hacks ha pure salutato i suoi appassionati dopo cinque stagioni. C’è poi chi, per fare le cose in grande, annuncia la realizzazione di un film per salutare gli appassionati: è il caso di L’estate nei tuoi occhi e Heartstopper Forever. Ma il vero e importante finale che abbiamo visto quest'anno è quello di The Bear, che si chiude con la quinta stagione.

Com'è il finale di "The Bear"?

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Lasciare spazio a nuovi inizi: a questo aspira Carmine Berzatto alla fine delle cinque stagioni di The Bear. Avevamo visto il personaggio interpretato da Jeremy Allen White voler rinunciare alla cucina sul finire della stagione precedente e decidere di dedicarsi ad altro. E così è arrivato il momento per il giovane talento della cucina di Chicago di lasciare la propria brigata non prima però di aver salutato tutti e aver dato un’ultima mano per non far affondare la barca già annacquata del loro nuovo bellissimo, vivace e prosciugante ristorante aperto con Sydney (Ayo Edebiri) e Richie (Ebon Moss-Bachrach). 

Proprio come il locale, anche la quinta stagione deve fare un ultimo sforzo prima di poter salutare gli spettatori. Una spinta finale che richiede un alto grado di impegno sia da parte dei protagonisti per restare a galla che dal creatore e regista della serie, Christopher Storer. Gli schemi da cui vuole sfuggire Carmy, di fatto, si riflettono nella scrittura, nel montaggio e nell’estetica di uno show che ha portato allo stremo i suoi personaggi e, di conseguenza, gli spettatori. Un senso di esasperazione di cui però The Bear 5 riesce a svincolarsi prima di gravare troppo, mostrando proprio la maniera in cui la brigata del ristorante ha imparato a smarcarsi dalle difficoltà. 

Ci sono perciò da aspettarsi ancora una volta scene e interazioni di un’intensità troppo accorata che rischiano di non essere più assecondabili, ma che ricordano anche un po’ il succo delle stagioni passate. Almeno questa volta i protagonisti sanno come non ricadere negli stessi errori. Obiettivo in cui la serie riesce dividendo il cuore di chi l’ha sempre adorata a metà, rendendolo sia consapevole che è arrivato il momento di chiudere anche per il bene dello show stesso, sia apprezzando la coerenza dell’arco trasformativo del locale e dei suoi abitanti.

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La quinta stagione si sviluppa, a differenza delle altre, su un’unica giornata. Un palco finale su cui mostrare cosa si è appreso concentrandosi sul microcosmo che i protagonisti hanno costruito assieme. Il giorno peggiore, con le condizioni peggiori, nel periodo peggiore per l’attività del The Bear. La pioggia fuori sbatte contro le finestre e intasa una Chicago che cercherà ristoro nella calda accoglienza del ristorante di classe. Mentre, dall’altra parte, i suoi lavoratori non sanno se resisteranno un altro giorno, prede dell’insaziabile e nefasto mondo della ristorazione

La pioggia, di fatto, è funzionale a settare l’elevato grado di stress che, fin dall’inizio, è stato presente nella serie, compresso nella figura di Carmy. Ma il fattore atmosferico è anche da sempre, drammaturgicamente, il momento ddella sfida più complessa ma anche della purificazione, il lavarsi dei mali fatti a se stessi e agli altri. Il detergere tutto per ricominciare è la vera impresa e la metafora di fronte a cui verranno messi i personaggi. 

Far stare bene è il potere che il cibo ha e la più grande lezione che The Bear lascia è trovare un equilibrio con cui sentirsi in pace. Prendersi cura è qualcosa che spesso accade in relazione alla cucina. Dopo periodi di caos, è l’ordine prima assente e poi ritrovato che fa dei personaggi dei grandi chef e, nel loro privato, delle persone migliori. Che avranno ancora da controbattere, ridire, prendersela e litigare. Ma lo faranno attraverso un linguaggio comune come quello della cucina, che in The Bear sarà sempre sinonimo di famiglia

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