
Cosa significa essere goth nel 2026? L'ennesima sottocultura entrata nell'immaginario mainstream

Fashion
31 Agosto 2026
31 Agosto 2026
C’è stato un momento in cui vestirsi di nero dalla testa ai piedi significava dichiarare qualcosa, non necessariamente tristezza: significava appartenere a una scena, riconoscersi in un immaginario. Il goth nasce come sottocultura e per decenni costruisce la propria identità proprio attraverso ciò che lo distingue dal resto. Oggi, però, quella stessa estetica è diventata uno dei linguaggi più facilmente riconoscibili della cultura pop. La domanda non è più perché il goth sia entrato nel mainstream, ma quanto del mainstream sia ormai diventato goth.
Un dato recente restituisce perfettamente la portata di questa trasformazione. Dopo l’uscita del video di Drake con Pinkchyu, Pornhub ha condiviso con il team Insights una ricerca che registra un’improvvisa crescita delle ricerche associate alla creator e, soprattutto, all’immaginario goth e alternative. A partire dall’8 agosto, le ricerche di Pinkchyu sarebbero aumentate complessivamente del 3.041%, arrivando a un picco di circa +4.500% rispetto alla media. Ma il dato più significativo riguarda ciò che è accaduto intorno alla singola persona: «Goth» è cresciuto del 90%, le varianti di «Goth Girl» del 261% in media, con un picco del +460% il 12 agosto, mentre «Alt Girl» e «Alternative Girl» hanno segnato un +42%. Il fenomeno racconta qualcosa che va oltre la viralità di un contenuto. Una ricerca porta a un’altra. È il percorso che il goth ha compiuto negli ultimi quarant’anni: da identità alternativa a repertorio visivo globale.
Il goth prima della moda
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Le origini del movimento affondano nella scena post-punk britannica tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta: tra letteratura, moda e fascinazione per il macabro, il soprannaturale e la malinconia. Il nero, il velluto, la pelle, il pizzo, le calze a rete, i corsetti, gli stivali e i gioielli argentati costruivano un’estetica immediatamente leggibile.
Elementi provenienti dal punk si mescolavano a riferimenti vittoriani, romantici e persino occultisti. Il corpo diventava così una superficie sulla quale rendere visibile un’identità. È proprio questo aspetto a rendere il goth particolarmente interessante per la moda: prima ancora di essere assorbito dalle passerelle, aveva già elaborato un sistema estetico estremamente sofisticato.
L'immaginario goth nel fashion system
La relazione con la moda ufficiale non è infatti arrivata soltanto negli ultimi anni. Designer come Vivienne Westwood avevano già dimostrato quanto punk, romanticismo e teatralità potessero trasformarsi in un linguaggio capace di entrare nelle istituzioni della moda. Esempio fondamentale é l’estetica della collezione FW95, Westwood recuperò elementi dell’abbigliamento storico, silhouette settecentesche, colori forti e un romanticismo teatrale.
Ann Demeulemeester nella Pre-Fall 2026 è probabilmente il caso più preciso. Vogue parla esplicitamente di «Victorian dark-romantic flourishes»: colletti in pizzo removibili, abiti in velluto devoré trasparente e fluido, tailoring ispirato a Nick Cave, giacche napoleoniche e riferimenti all’archivio 1996/97. Mentre la SS26 di Dilara Findikoglu è il riferimento più esplicitamente subculturale. Alla sfilata erano presenti goth e rocker, mentre la collezione si muoveva tra romanticismo oscuro, sensualità, pelle e costruzioni corsettate.
McQueen nella SS26 presenta non più una provocazione estetica, ma una grammatica del contemporaneo. I dettagli diventano strumenti per interrogare identità, vulnerabilità e potere. Il buio non viene rappresentato: viene trasformato in linguaggio. La moda ha cominciato così a prendere elementi dalla sottocultura senza necessariamente adottarne l’identità.
Quando il nero diventa lusso
La moda ha una relazione particolare con le sottoculture. Le osserva, ne assorbe i codici, li modifica e infine li restituisce al pubblico sotto forma di prodotto. È successo con il punk, con lo streetwear e con il grunge ed anche anche con il goth. Il nero, un tempo associato alla scena underground, diventa una scelta di lusso. La conseguenza è un’estetica molto più fluida. Goth, emo, punk, grunge, alternative e persino Y2K finiscono per dialogare continuamente sui social. TikTok e Instagram accelerano ulteriormente il processo: le sottoculture vengono scomposte in singoli elementi, tutorial, moodboard e microtrend. L’appartenenza lascia spazio alla possibilità di costruire il proprio stile attraverso riferimenti diversi. Il goth contemporaneo non deve quindi necessariamente ascoltare gothic rock, frequentare una scena o identificarsi con una comunità. Può semplicemente amare il nero, il make-up drammatico, la pelle, le silhouette romantiche o l’estetica dark.
Il volto più immediato di questa evoluzione è forse Jenna Ortega: dopo aver trasformato Wednesday Addams in una nuova icona dark, ha portato lo stesso immaginario nel fashion system. Accanto a lei, Amelia Gray interpreta il goth attraverso total black e attitudine punk, mentre Gabbriette Bechtel, lo rende più sensuale attraverso make up marcato, pelle e silhouette aderenti. Tre declinazioni diverse dello stesso fenomeno.
Da sottocultura ad algoritmo
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Il fenomeno Pinkchyu non nasce quindi nel vuoto – è esploso tutto l’8 agosto durante il format 20 Women vs. Drake, quando la creator è stata scelta da Drake come vincitrice del dating show, che successivamente ha invitato a Toronto per un secondo appuntamento. Pornhub ha indicato tra le creator goth presenti sulla piattaforma nomi come Joanna Angel, Lana Bee, Alma Bohler, Leah Meow e Millie Millz. L’elenco è interessante perché mostra quanto l’etichetta “goth” sia oggi diventata ampia: non identifica più necessariamente una singola estetica, ma un territorio che comprende gothic, alternative, punk, cosplay, horror e dark romanticism.
È questo il punto in cui il caso Drake diventa interessante. Quando un contenuto mainstream produce un aumento improvviso delle ricerche legate a «Goth Girl», non significa necessariamente che migliaia di persone abbiano improvvisamente aderito a una sottocultura ma che piuttosto quell’immaginario è ormai riconoscibile. L’algoritmo non ha bisogno di spiegare cosa sia il goth; lo riconosce come categoria e soprattutto sa che esiste un pubblico interessato a quella categoria. Una sottocultura può diventare una ricerca, un hashtag, un outfit, un trend o un contenuto virale. L’appartenenza è diventata accessibile, modulare e soprattutto commercializzabile. Il destino delle sottoculture è forse proprio questo, nascere per distinguersi e finire per essere imitate. Il goth è riuscito però a fare qualcosa di particolare. Può essere incarnato da una persona che vive la sottocultura quotidianamente oppure da qualcuno che ne prende in prestito soltanto un dettaglio. Quindi se il goth è ormai ovunque, può ancora essere considerato una sottocultura?