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Le metropoli possono sopravvivere senza gli uffici?

Da Londra a Milano: quartieri multifunzionali e il modello compact-living potrebbero essere delle soluzioni vincenti

Le metropoli possono sopravvivere senza gli uffici? Da Londra a Milano: quartieri multifunzionali e il modello compact-living potrebbero essere delle soluzioni vincenti

Lo skyline della città si fa specchio di una calma piatta, irreale; i grattacieli della City abbandonati, illusioni di un futuro avanguardistico che si è cristallizzato; i ponti e le piazze deserte, i viali alberati popolati solo da qualche ciclista solitario; i mega schermi di Piccadilly Circus che continuano con la loro alternanza di immagini, colori e slogan per un pubblico fantasma. 

Fantasma” è la definizione più ricorrente che negli ultimi mesi è andata ad identificare le metropoli e il loro modello urbanistico non adatto ad affrontare una pandemia globale. In un articolo intitolato Can cities survive without office workers?, il giornale americano Quartz ha intervistato architetti e urbanisti a proposito del futuro sociale e economico delle grandi metropoli post-pandemia.
Londra è forse la città che ha sofferto di più il lockdown - complice anche la concomitanza di Brexit - ma le tesi esposte e le soluzioni proposte sono facilmente applicabili anche a Milano, New York e a tutte quelle metropoli costruite in maniera simile, ovvero sulla office culture

All’inizio di agosto, in un momento in cui le restrizioni nel Paese erano state allentate, solo il 17% dei lavoratori inglesi era tornato fisicamente sul proprio posto di lavoro, facendo così salire le perdite dovute al lavoro da remoto ad oltre 600 milioni di sterline. Nonostante gli inviti del governo a tornare in ufficio, le grandi aziende finanziarie di Londra hanno prolungato lo smartworking dei dipendenti. Il risultato è una City deserta, in cui tutto l’indotto creato dalla office culture spariscono di conseguenza. Non si parla solo di indotto economico - i ristoranti per la pausa pranzo, le lavanderie e altri servizi - ma soprattutto il tessuto culturale di locali, gallerie, studi, eventi che rendono le grandi metropoli attrattive nonostante il costo della vita sia più alto. Nessuna città può rimanere vitale e attiva senza le entrate provenienti dai propri cittadini, raccolte sia in modo diretto, quindi attraverso le tasse e le tassazioni applicate sugli stipendi, sia in modo indiretto, dalle banche, dagli studi professionali, dalle agenzie pubblicitarie, dai media e dai brand. L’intera economica delle città si basa sulla vicinanza di aziende simili che assumono lo stesso tipo di lavoratore. Quelli che un tempo venivano chiamati colletti bianchi, spesso pendolari che ogni mattina si recano nella City, fanno parte di un’economia più grande. 

Nei primi anni 00, con la diffusione capillare di Internet si era diffuso il timore che l’ufficio come luogo fisico avrebbe perso la sua valenza, diventando obsoleto e superfluo. L’ufficio tuttavia ha resistito e le grandi metropoli hanno conosciuto in questi anni una crescita notevole - la popolazione urbana ammontava a 3 miliardi di persone nel 2003, ed è destinata a crescere fino a 5 miliardi entro il 2030 - esercitando un fascino incomparabile per i giovani lavoratori, creando una disparità di crescita rispetto alla provincia, rispecchiata - in Italia e nel Regno Unito - anche dal voto politico. 

Ridare rilevanza al luogo di lavoro fisico, invogliare i lavoratori a farvi ritorno si inserisce in un dibattito più ampio che si collega alla progettazione e all’architettura stessa delle città. I grandi centri finanziari ed economici dovrebbero avere molto più da offrire che un semplice office space. Quello che va immaginato in un futuro molto vicino è un centro finanziario evoluto, che oltre a grandi uffici possa ospitare ritrovi culturali come teatri, musei, cinema, un luogo deputato anche all'aggregazione sociale, con inoltre ospedali di prima classe e centri educativi. La pandemia potrebbe dunque aver accelerato un trend già in atto. Perché i luoghi che ospitano uffici e grandi corporation devono limitarsi a quello? Perché non possono diventare dei quartieri multifunzionali, in cui ci si reca non solo per passare otto ore seduti ad una scrivania, ma anche per passare una serata o nel weekend. Il carattere di ogni quartiere dovrebbe essere eclettico, guidato dall'obiettivo di creare una comunità, un progetto che non si realizza solo attraverso la costruzione di nuovi condomini, ma soprattutto con l’apertura di ristoranti, locali e attività all’aperto. 

C’è poi un altro trend che la pandemia ha evidenziato, quello delle micro-economie all’interno della città. Il principio del compact living è diventato cruciale proprio nei mesi della pandemia, e dovrebbe restare cruciale anche nella progettazione delle città del futuro, non solo perché si tratta di una pratica sostenibile in ogni senso, ma perché permette ad ogni quartiere e ad ogni zona di formare dei microcosmi in cui ogni abitante è “auto-sufficiente”. Nei mesi più duri del lockdown è diventato chiaro come ogni quartiere deve essere in grado di offrire tutto ciò di cui il cittadino ha bisogno, ed è quindi altrettanto chiaro perché i grandi conglomerati di uffici e studi siano diventati delle città fantasma, e perché rischiano di rimanerlo ancora a lungo. Una divisione netta degli spazi, sia dal punto di vista fisico, ma soprattutto dal punto di vista della funzione, non è più un modello vincente per molte città. Per evitare fughe apocalittiche verso località più piccole e a misura d’uomo, devono essere ripensate le città più grandi, concentrandosi soprattutto su quartieri multifunzionali e per questi pratici, vicini alla quotidianità del cittadino.

Come già accaduto in altri settori e ambiti, la pandemia offre l’occasione per rilanciare una visione per il futuro spezzata dall’emergenza sanitaria, ma che ha la possibilità di essere riscritta alla luce di questa nuova quotidianità