Perché ci sono così tanti video IA di propaganda politica? Lo abbiamo chiesto a Donatella Della Ratta, docente di comunicazione della John Cabot University

Negli ultimi tempi, i nostri feed social si sono riempiti di strani e spesso assurdi video AI dove pare di vedere realizzate le fantasie febbrili di numerosi politici di destra: Trump che cambia il nome al cartellone davanti al lago Ontario, Ben Gvir che osserva un nastro convettore pieno di prigionieri palestinesi scorrere verso un carcere, Roberto Vannacci che come un novello Batman picchia dei criminali di strada. Video che la professoressa Donatella Della Ratta, docente di comunicazione alla John Cabot University di Roma, che ha trattato l’argomento nel libro Violenza speculativa. Come l’IA ci abitua all’orrore edito da Einaudi uscito in questi giorni, definisce di «propaganda sintetica».

Questi video hanno in comune un’origine sempre oscura, una narrativa audiovisuale che mette in scena fantasie politiche la cui violenza effettiva non potrebbe essere affidata alla voce dei diretti interessati ma anche un grado di semplicità allegorica che li rende quasi grotteschi. «È difficile individuare una singola figura politica che abbia “inventato” il video politico generato con l’intelligenza artificiale», spiega Della Ratta, dicendo che la nascita di questi video precede la seconda presidenza Trump, anche se «quello che cambia radicalmente con Donald Trump e con l’universo MAGA è la scala di diffusione, la frequenza con cui questi contenuti vengono ribattuti, e soprattutto il linguaggio». E infatti oggi «la più potente macchina di immaginazione politica prodotta attraverso lo slop viene proprio da quell’universo». Ma come funzionano esattamente questi video?

Il potere del grottesco

@bloombergopinion AI-generated political ads are getting harder to spot. Mary Ellen Klas explains what that could mean for the upcoming elections. #AI #election #politics #midterms #US original sound - Bloomberg Opinion

Come spiega Della Ratta, proprio il fatto che quei video paiano così sciocchi, vicini a un cartone animato, è ciò che li rende pericolosi perché sorprendono il pubblico con la guardia abbassata: di fronte alla loro semplicità non si esercita il minimo scetticismo. «Lo stile trumpiano è quello dello sberleffo, della derisione, dell’esagerazione apparentemente assurda», spiega. «Potremmo liquidare tutto questo come cattivo gusto, provocazione o semplice trolling. La mia tesi è invece che proprio qui risieda la sua forza politica, e che tutto ciò debba venir preso molto, molto sul serio».

I video politici fatti con le IA non intendono spiegare o essere verosimili ma manifestare una fantasia. Servono a dare «una forma visuale immediata e facilmente condivisibile a idee che, espresse soltanto a parole, potrebbero apparire estreme, inaccettabili o semplicemente assurde» e guardandole continuamente «diventano familiari, poi pensabili e, in determinate condizioni, politicamente praticabili». È questo processo che Della Ratta definisce “violenza speculativa”: la capacità delle immagini di anticipare visivamente scenari estremi, facendoli entrare nel campo del visibile e del pensabile prima ancora che si realizzino, e mostrando come «idee sufficientemente radicali e irriverenti» possano, una volta acquisita forma visiva familiare, «contribuire a destabilizzare l’ordine esistente e preparare il terreno per un altro»

Quando in questi video vediamo «migranti in catene trasformati in contenuti ASMR, oppositori politici con sombreri e baffi mariachi, caricature razziste, Trump stesso trasformato di volta in volta in supereroe, papa, imperatore o salvatore», l’intento è quello di «preparare il nostro sguardo alla realtà che potrebbe venire». Una moderna applicazione della massima di Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, per cui una bugia ripetuta un milione di volte finirà per diventare una verità. «Non credo che la domanda fondamentale sia più: Questa immagine è vera o falsa?», dice Della Ratta. «La domanda è: che cosa ci sta abituando a vedere? Quale futuro ci sta allenando a riconoscere come possibile?»

Sono solo satira?

«Molti di questi contenuti sfuggono ai tradizionali meccanismi di moderazione proprio perché non cercano di spacciarsi per veri», spiega Della Ratta facendo come esempio i video in cui Roberto Vannacci, vestito come un imperatore romano, manda a morte i propri avversari politici nel Colosseo. «Il fatto che sia una fantasia non significa che sia politicamente innocua», perché «rende visualizzabile l’eliminazione dell’avversario politico e, soprattutto, la introduce nell’ordine del visibile ordinario». La scusa ufficiale, utilizzata in questo caso dallo stesso Vannacci, è che i video sono solo satira politica. Ma è davvero così?

La questione non è così semplice dato che «questa apparente irrealtà costituisce anche una forma di protezione. Si può mostrare quasi qualsiasi cosa e poi neutralizzarla dicendo: era uno scherzo». Per assurdo che sia un video che ritrae violenze (in alcuni casi anche violenze contro le donne) anche se di fantasia «l’idea è stata formulata, visualizzata, condivisa. È entrata nell’immaginario». E non importa se la si ricondivide per parlarne male, per ridere o perché si è convinti davvero da quell’ideologia: il punto è di fare circolare quell’immagine, indipendentemente dal discorso in cui la si incornicia.

«Queste immagini, viste e riviste, si sedimentano», spiega Della Ratta rifacendosi al concetto “inconscio ottico” di Walter Benjamin. «Quando un certo scenario ricompare, magari in un contesto completamente diverso o persino nelle immagini di un evento reale, può produrre quella sensazione di già visto che è centrale nel mio concetto di violenza speculativa. Non necessariamente ci ha persuasi: ci ha familiarizzati». E proprio la loro qualità così posticcia, molto tipica del fotorealismo AI, che accompagna una narrazione elementare, «sta diventando un linguaggio visuale condiviso. La sua artificialità può persino funzionare come un lasciapassare: proprio perché sappiamo che “è IA”, siamo disposti ad accettare rappresentazioni che, in un altro registro visuale, ci apparirebbero molto più disturbanti.

Mostrare ciò che non si può dire

Il risultato è che «un politico può affidare all’immagine sintetica ciò che sarebbe molto più difficile affermare letteralmente in un discorso: l’eliminazione dell’avversario, la deportazione del migrante, la punizione della donna che non si conforma a determinati valori». E la loro ambiguità consente loro di sfuggire sia alla regolamentazione legale che alla moderazione dei social su cui si diffondono. «Un sistema di moderazione costruito intorno a categorie come vero/falso, autentico/manipolato, informazione/disinformazione», spiega l’autrice, «fatica strutturalmente a confrontarsi con immagini il cui potere consiste precisamente nel non appartenere a nessuna di queste categorie».

Il tema rimane sempre quello della visibilità. «La violenza speculativa non documenta necessariamente una violenza già avvenuta e non si limita a fantasticarne una impossibile», conclude. «Lavora sul futuro. Rende visibile oggi ciò che sarebbe politicamente inaccettabile, affinché domani possa apparire meno estraneo, meno impensabile, persino familiare».

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