
Design che nessuno nota: sedute scolastiche e universitarie Chi ha deciso come dobbiamo stare seduti per imparare?

Di questa serie fa anche parte Design che nessuno nota: il carrello della spesa
Entrare in un’aula, trovare posto e sedersi davanti a un banco è uno di quei gesti che impariamo talmente presto da non farci più caso. Cambiano scuole, università, insegnanti e materie, ma la scena rimane simile: una sedia, una superficie davanti, qualcuno che parla e una serie di persone rivolte nella stessa direzione. I corpi però cambiano parecchio. Altezza, larghezza dei fianchi e postura sono diverse da persona a persona, mentre per buona parte della nostra vita studiamo su sedie e banchi prodotti in poche misure standard, all’università spesso addirittura fissati al pavimento.
Storia del banco di scuola
Questa disposizione prende forma con la diffusione dell’istruzione pubblica nell’Ottocento, quando l’aumento degli studenti rende necessario trovare mobili economici, resistenti e capaci di organizzare molte persone nella stessa stanza. Lo Smithsonian National Museum of American History conserva circa 150 modelli brevettati di arredi scolastici del XIX secolo, tra sedute curve, schienali, meccanismi pieghevoli e strutture in legno e ghisa. Dovevano durare, occupare poco spazio ed essere semplici da gestire, ma soprattutto permettere di disporre gli studenti in modo ordinato. Molti banchi venivano collegati tra loro o costruiti come un unico sistema di seduta e piano di lavoro, creando file regolari e orientando tutti verso lo stesso punto.
In Italia succedeva qualcosa di molto simile. Il Museo dell’Educazione dell’Università di Padova ricorda che il Regolamento per le scuole elementari del 15 settembre 1860 prevedeva banchi da studio con posti sufficienti per tutti gli alunni e, secondo il museo, l’organizzazione materiale delle classi italiane rimase sostanzialmente simile dal 1861 fino ai primi anni Sessanta del Novecento.
Per circa un secolo potevano cambiare libri, programmi e insegnanti, mentre il banco continuava a svolgere la stessa funzione: organizzare lo spazio e assegnare a ogni studente una posizione precisa.Quella posizione deve però funzionare per corpi diversi. L’ergonomia di una seduta dipende da misure precise come la distanza tra il pavimento e il ginocchio, la lunghezza della coscia, l’altezza del gomito e la larghezza dei fianchi, e bastano pochi centimetri per cambiare il modo in cui appoggiamo i piedi, utilizziamo lo schienale o raggiungiamo il piano del banco.
Una seduta poco comoda
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Nel 2019 una ricerca pubblicata sull’International Journal of Industrial Ergonomics ha misurato 225 studenti universitari e confrontato le loro dimensioni con i mobili presenti nelle aule, rilevando un’incompatibilità con l’altezza della seduta nel 44,45% dei casi e un mismatch del 100% per la profondità del sedile.
Risultati simili compaiono anche in altre ricerche. Uno studio su studenti americani aveva rilevato che meno del 20% trovava una combinazione adeguata tra sedia e banco, mentre nel 2024 una ricerca su 149 studenti universitari ha osservato la loro postura mentre scrivevano su una normale combinazione di banco e sedia fissi, riscontrando problemi ergonomici nella maggior parte dei partecipanti. Una revisione sistematica pubblicata su Ergonomics individua infatti proprio la compatibilità tra misure corporee e arredo come uno degli elementi rilevanti nella risposta fisica degli studenti.
Adattare i mobili alle persone
L’idea di adattare i mobili alle persone esiste comunque da tempo. Negli anni Cinquanta Arne Jacobsen progettò la Munkegaard School vicino a Copenaghen insieme a gran parte dei suoi interni. La Munkegaard Chair era leggera e facile da spostare, mentre gli arredi scolastici venivano prodotti in tre dimensioni differenti in base all’età degli studenti. Lo stesso principio compare oggi nella UNI EN 1729-1:2016, che stabilisce dimensioni funzionali per sedie e tavoli scolastici e comprende sia mobili fissi sia regolabili.
La norma esclude però le ranked seating, le classiche file di sedute a gradoni presenti in moltissime università, e qui questo sistema diventa più evidente. La sedia è spesso fissata alla stanza, il tavolino ha una posizione precisa. È una configurazione molto efficace per far entrare tante persone in un’aula e permettere loro di seguire una lezione frontale, ma diventa più rigida appena bisogna spostarsi, formare un gruppo o semplicemente cambiare posizione.
Un design che nessuno nota
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Negli ultimi anni le active learning classrooms stanno provando a superare questa rigidità attraverso tavoli e sedute mobili che possono essere riorganizzati durante la lezione. Una revisione pubblicata su PLOS One ha trovato risultati non uniformi sulle performance accademiche, mentre diversi studi riportavano un maggiore coinvolgimento degli studenti. Il cambiamento più evidente riguarda però lo spazio stesso: una sedia mobile può cambiare posizione, un tavolo può diventare parte di un gruppo, mentre una seduta fissata al pavimento stabilisce già in partenza gran parte di quello che possiamo fare.
Ed è questo che rende banchi e sedute scolastiche un esempio perfetto di design che nessuno nota. Nell’Ottocento servivano a organizzare un numero crescente di studenti dentro le nuove scuole e, da allora, abbiamo migliorato materiali, dimensioni, sicurezza ed ergonomia mantenendo quasi intatto il principio di partenza: tante persone diverse che imparano sedute più o meno nello stesso modo.Abbiamo passato più di un secolo a progettare sedie migliori per studiare. Forse vale la pena chiedersi anche perché abbiamo deciso che, per studiare, dobbiamo stare tutti seduti così.

















































