«Pino Daniele era l’anti-stereotipo per antonomasia», intervista al regista Nicola Prosatore Dal 15 ottobre arriva al cinema il biopic musicale sull’artista napoletano interpretato da Massimiliano Caiazzo

Nicola Prosatore, regista e sceneggiatore di Je so’ pazzo, è nato e vissuto nello stesso quartiere di Pino Daniele. Ha frequentato le stesse scuole, incontrato la stessa gente, il che lo ha reso da subito la scelta giusta per dirigere il biopic musicale, ispirato al libro che prende nome dal musicista e scritto dal figlio Alessandro Daniele. Ma è stato un taglio preciso quello che l’autore, insieme ai co-sceneggiatori Edoardo Puma e Carlo Salsa, ha voluto dare. Raccontare la storia di Pino Daniele come un romanzo di formazione che si conclude con l’apice del concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito, in cui il cantante aveva solo ventisei anni ed era riuscito a radunare insieme 200.000 persone. Una parentesi su chi era Pinotto prima di diventare Pino, in sala dal 15 ottobre e interpretato per l’occasione da Massimiliano Caiazzo. 

Nel 2022 debutti nella finzione con Piano piano e già al secondo lungometraggio devi confrontarti con un’icona. Come è avvenuto questo passaggio?

Credo che Je so’ Pazzo arriva proprio per Piano piano. Sebbene una storia sia più circoscritta mentre l’altra è su una personalità tanto grande, è stato grazie al mio esordio che il produttore Filippo Valsecchi mi ha contattato per realizzare il biopic. Durante le nostre prime conversazioni era chiaro che avevamo entrambi in mente l’idea di raccontare una cornice chiara del percorso di Pino Daniele e di fatto, un po’ come Piano piano, anche Je so’ pazzo è un film di formazione. È la storia di un ragazzo che cercava la propria voce, la maniera di esprimersi, e che ha messo nel suo lavoro le proprie umili origini, il distaccamento dalla famiglia, l’evoluzione sociale che è avvenuta successivamente, il rapporto con il padre e, soprattutto, con la città di Napoli. Credo poi che l’opera sia un proseguimento coerente nella mia carriera visto che la mia prima passione è stata proprio la musica.

Suonavi anche tu?

Facevo quello che oggi si chiama il producer. Ho iniziato suonando il basso, poi ho abbandonato abbastanza presto e ho cominciato a essere, diciamo, l’uomo dietro le macchine. La Napoli degli anni Novanta era un po’ l’equivalente del boom che la città aveva attraversato nei 70s. Sono stati entrambi periodi di grande fertilità per una città che sembrava entrare in una seconda giovinezza. Negli anni del liceo mi sono così destreggiato come producer e questo senso della tecnica e della partitura me lo porto dietro ancora oggi soprattutto nel lavoro di montaggio. 

Questo primo boom musicale di cui parli si vede proprio in Je so’ pazzo e Pino Daniele ne è stato tra i pilastri.

È anche il mio Pino preferito. Quello che ha smesso di essere Pinotto ed è diventato una semi-divinità. Il film si conclude proprio con la consegna che noi facciamo dell’artista al pubblico. E per me, per quanto l’abbia amato per tutta la sua carriera, è lì che si concentra la più alta concentrazione della sua produzione. 

Sono anche i primi ricordi che hai di Pino Daniele?

In parte. Non ho dei ricordi precisissimi, ma è perché i vinili di Pino Daniele giravano in casa mia da quando ero piccolo. C’è da dire poi che ai tempi la musica invecchiava più lentamente. 

Hai conosciuto o parlato con qualcuno che è stato al concerto in Piazza del Plebiscito? Magari proprio della tua famiglia? 

Assolutamente. In generale, per il lavoro sulla ricostruzione, ho potuto parlare con persone che Pino lo hanno conosciuto, dai famigliari, alla prima moglie Dorina che è stata molto generosa, così come il figlio Alex. Il concerto, poi, è ancora oggi un evento mitologico nel tessuto collettivo della città. Abbiamo inserito e ci siamo basati su del materiale d’archivio, ma è molto meno di quello che si pensa perché all’evento c’era talmente tanta gente che le persone si arrampicavano sulle torri delle luci e delle telecamere perciò hanno dovuto smantellare tutto per evitare che cadesse ogni cosa e ci scappassero i feriti. Anche qualcuno della mia famiglia andò, ma non abbiamo fatto in tempo a parlarne, basta però chiedere ai napoletani per capire quanta fu l’affluenza, con almeno uno su tre dei cittadini che racconta di esserci stato. In più non bisogna sottovalutare il portato emotivo che il concerto ebbe: il terremoto dell’Irpinia aveva lasciato una ferita a cui il concerto si è agganciato dando alle persone un momento catartico di libertà. 

A te è mai capitato di vedere dal vivo Pino Daniele?

Sì, al decennale del concerto del ’81, sempre in Piazza del Plebiscito. Ma per noi napoletani andare a sentire Pino Daniele era come andare a fare la spesa. Un gesto automatico, ovvio, su cui nemmeno si doveva decidere o pensare, si andava e basta. Poi mi è capitato di sentirlo spesso durante i festival dell’Unità frequentati dai miei genitori, devo dire che erano divertenti.

Questo senso del reale che racconti, dalle chiacchiere con chi lo ha conosciuto alla memoria collettiva in cui Pino Daniele è immerso, riverbera anche nella decisione di inserire del materiale d’archivio nel tessuto narrativo del film. Come mai tale scelta?

Sono abituato a lavorare con le fonti, a confrontarmi col vero. L’ho fatto prima di arrivare al cinema di finzione e dopo aver letto il romanzo di Alex e aver steso la sceneggiatura con Edoardo Puma e Carlo Salsa ho pensato che inserire del materiale d’archivio aiutasse a restituire meglio il DNA della città in cui Pino si è formato. Ogni elemento, dalle interviste fatte alle conversazioni con la famiglia fino alla visita alla casa di Formia, sono servite per restituire il quadro in cui si è plasmato l’artista. Abbiamo persino il provino inedito mai pubblicato di Je so’ pazzo in cui invece di dire «E oggi voglio parlare» canta «E oggi voglio sparare». È una chicca che, oltre a far capire chi era Pino Daniele, dà anche il contesto di che Italia era quella della fine degli anni Settanta. 

Tra l’altro il ritratto di Pino Daniele in Je so’ pazzo non è certo accomodante.

Intanto, mentre si guarda il film, bisogna tenere a mente che era un uomo di un’altra epoca e che si portava dietro un retaggio tanto legato alla sua famiglia quanto ai posti che frequentava. Aveva una durezza di strada e portuale intesa nella maniera degli anni ’60-’70. Detto questo, sia confrontandosi con chi lo ha conosciuto, sia basandosi su chi lo dice più apertamente e chi invece lo sussurra sottovoce, era evidente che avesse un carattere tosto, ben definito e formato. Non saprei dire se antipatico, ma sicuramente era esigente nel proprio lavoro e deciso nelle scelte personali. Nel film, poi, ha il fuoco della gioventù che lo sostiene, con molte tappe bruciate presto, dal successo al matrimonio con i figli. 

C’è qualche film o riferimento a cui pensi Je so’ pazzo possa essere associato nella maniera in cui viene descritto il personaggio principale? 

Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line su Johnny Cash. Non per l’evoluzione narrativa dell’opera, ma per come il film sta sul personaggio. Vero che Johnny ha dato modo di far parlare di sé alla cronaca, ma il film si concentra sul trauma subito nell’infanzia, del rapporto con le droghe, con June Carter e su tutto ciò che può averlo reso un personaggio considerato difficile. Uguale avviene in Control su Ian Curtis, che ha una temperatura diversa ma mostra la dicotomia tra disagio e ambizione del musicista. Ad ogni modo, quando ho accettato di dirigere il film, era chiaro che non avrei voluto fare una santificazione di Pino Daniele, anche perché è la maniera peggiore per parlare di un mito. 

Quali potevano essere i rischi?

Fargli un monumento, renderlo una figurina. Invece è un artista che ho studiato e che amo così tanto da aver evitato di cadere in questo tranello. Non bisogna poi dimenticare che la sua storia con Napoli è stata anche controversa. È una personalità ovviamente ora protetta dalla sua stessa leggenda, che è orgoglio e amplificazione del valore della città, ma all’epoca in cui Pino operava veniva considerato un rivoluzionario, non per forza in senso positivo. Era un provocatore, un artista schierato, non per appartenenza ad un partito ma perché denunciava ciò che non andava sia con le sue canzoni che nelle interviste. È una figura che ha rotto qualcosa a livello sociale e culturale, sia nella musica che su un piano tematico. 

Una rottura dovuta anche alle influenze che ha vissuto fin da piccolo.

Cominciava ad esserci una forte egemonia culturale statunitense quando era ragazzino e frequentando il porto era inevitabile che la respirasse. C’erano i night per gli americani che sbarcavano, che ascoltavano il blues. Una contaminazione di cui ho voluto dare un piccolo accenno all’inizio del film. 

Pino Daniele ha sempre lottato contro i cliché della sua città. Pensi che ora si sia tornati a raccontare una Napoli più stereotipata, magari turistica? 

Se città come Napoli, ma come tutti i capoluoghi da Roma a Milano, passando per Palermo e Torino, si affidano agli stereotipi è perché sono rassicuranti. In un’epoca come quella che stiamo vivendo, e non voglio banalizzare il discorso arrivando direttamente ai social ma è così, saper identificare subito e con delle caratteristiche ben precise qualcosa, anche un luogo, fa vivere con più tranquillità le persone e, insieme, contribuisce ad un consumo più espanso del mercato. Si tendono a favorire modelli più standardizzati perché sono più facili da comunicare e fanno sentire al sicuro coloro a cui si rivolgono.

Pensi che Pino Daniele avrebbe odiato il mondo di oggi?

Non posso dirlo con certezza. Sicuramente nell’immaginario è diventato una di quelle leggende da proteggere e, talvolta, anche per fini commerciali e di vendita. Ma resterà sempre un simbolo di resistenza. Pino è stato il grande narratore anti-stereotipo per antonomasia e nel film abbiamo cercato di sintetizzare questa sua propensione che ha portato avanti per tutta la vita. C’era anche un momento che poi non abbiamo inserito nel film in cui avevo girato con una Super 8 delle panoramiche di Napoli oggi che passavano mentre Pino parlava di quanto fosse importante proteggere la città dai soli scopi commerciali. Poi è stato tolto perché non si integrava bene nella storia, ma era un modo per vedere cosa diceva Pino ieri e come è la situazione ora. 

Prima di finire questa intervista non possiamo non parlare dell’interpretazione di Massimiliano Caiazzo. Come è avvenuta la scelta e soprattutto la trasformazione dell’attore per entrare nel personaggio?

Con Massi si può dire che abbiamo esordito al cinema insieme, anche se non era il protagonista di Piano piano. Sul fatto che fosse la scelta giusta per interpretare Pino Daniele non ho mai avuto dubbi. Massi viene dal mondo dello sport agonistico e sapevo che avrebbe dato il cento per cento. Ha ancora la mentalità di quando si fanno le gare e c’è da raggiungere un obiettivo, cosa che lui fa con estrema serietà ed appassionandosi completamente ad un progetto. Ha studiato canto, ha seguito lezioni di chitarra, anche se non è sua la voce durante le canzoni nel film. Ma va bene perché non volevamo un lavoro di mimesis che fosse fine a se stesso. Per questo ha preso anche diversi chili invece che usufruire del prostetico.

Quanti chili ha preso?

Circa venti. Il discorso che abbiamo fatto era che non solo doveva essere grosso come Pino, ma doveva sentire il peso addosso, esattamente come lo sentiva lui. Il peso è stata una parte importante della sua vita, ha determinato spesso come si sentiva. C’erano periodi in cui si allenava molto, altri in cui faceva diete o si buttava a capofitto sul cibo. Il suo aspetto è stato determinante per come si percepiva e credeva di essere visto dalla società ed era un modo di stare al mondo che volevo che Massi provasse e restituisse. 

Il film si chiude con una dedica: a chi è nero a metà, a chi lo è stato e a chi lo sarà. Chi è, per te, nero a metà?

Ovviamente tutti i protagonisti di questa storia. Chi è laterale, ma anche chi ha sia una parte di luce che una parte di buio dentro di sé. È poi il riferimento alla cultura a cui si era dedicato Pino, nero a metà era una dedica a Mario Musella che aveva mamma napoletana e padre di origine nativa americana. Così anche come James Senese, anche lui con madre partenopea e padre afro-americano. È una dedica a questi figli della guerra, alle anime tormentate, a chi sta cercando, come è stato un tempo per Pino, di trovare la propria voce.

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