«Sento che questo mondo sta perdendo empatia», intervista a Nicolas Winding Refn Il regista e sceneggiatore danese racconta "Her Private Hell"

Per Nicolas Winding Refn il suo Her Private Hell è la chiusura di un cerchio. Iperstimolato dalla transmedialità di oggi, per il regista e sceneggiatore danese è tempo di dedicarsi ad un franchise che spera di poter declinare in quante più versioni possibili: cinematografiche, seriali, fumettistiche, videoludiche. E così il film con Sophie Thatcher, Charles Melton e Havana Rose Liu è più una sorta di arrivederci a ciò che fino ad ora ha fatto per dedicarsi anima e corpo al suo progetto in grande. Tutto comincerà dal rifacimento di Maniac Cop, cult del 1988 di William Lustig di cui Refn detiene i diritti da diciotto anni e che Mubi finanzierà dando pieno supporto all’artista.

@neonrated You either have it or you don’t. Sophie Thatcher, Charles Melton, Kristine Froseth, Havana Rose Liu and Diego Calva star in HER PRIVATE HELL by NWR. Experience it only in theaters July 24. #herprivatehell #nicolaswindingrefn #sophiethatcher original sound - NEON

Prima di arrivare però a dedicarsi alla transmedialità, l’autore accompagna Her Private Hell in tour nelle sale cinematografiche, in contemporanea con la riproposta quindici anni dopo del suo Drive, non una gabbia per il regista, che è contento di aver creato qualcosa che abbia un valore e un significato per le persone: «Chiedereste mai ai Beatles se non avessero voluto scrivere Hey Jude?». Avvicinare le persone è ciò che prova a fare anche con quest’opera divisa su più piani narrativi e di significato, dove ad unirli c’è la paura di un uomo che fa del male a delle giovani ragazze e una serie di conflitti tra padri e figlie che l’opera vuole sviscerare.

«Ho due figlie e questo film è stata la mia maniera di contribuire al mondo che spero di lasciare loro», spiega Refn. «Il personaggio di Private K, interpretato da Charles Melton, farebbe di tutto per ritrovare la figlia, anche attraversare l’inferno. È il genere del death-exploitation che spesso si concentra su uomini che farebbero tranquillamente del male agli altri pur di salvare le persone che amano, in una maniera quasi biblica. È un topos su cui molti padri si trovano a riflettere e che è strettamente legato alla società in cui siamo immersi». 

Per Nicolas Winding Refn è stato anche un po’ come riequilibrare lo Yin e lo Yang visto che il suo Solo Dio perdona del 2013 è invece un film che parla di una madre. Ma se alla collettività bisogna guardare per poi raccontare storie con temi universali, se dovesse cercare un dramma comune dell’oggi lo ritroverebbe nella mancanza di uguaglianza tra le persone.

«Ora più che mai avvertiamo un certo scollamento», approfondisce l’autore. «La causa è anche in parte di una società molto tecnologizzata che è ovvio crei confusione. Si è quasi portati a domandarsi: sono vero o sono un avatar? Bisogna saper distinguere quali sono gli elementi umani, così da tenerli presenti. Ma credo nel buon cuore delle persone e che il bene vincerà sempre».

Non ci si aspetterebbe questa placidità da un regista che non ha mai avuto problemi a portare anche la più cruda ed estrema violenza sullo schermo: «È perché la violenza è tutta attorno a noi. A volte sono triste perché sento che questo mondo sta perdendo empatia. Per questo ho realizzato Her Private Hell come fosse un’installazione, come se si guardasse da dietro un vetro cosa sta accadendo o può accadere alle persone». Un’ibridazione, tra cinema e arti visive, in cui Refn è sempre più coinvolto; è anche per questo che il film è stato girato tutto in interni, per avere la possibilità di costruire la realtà irreale che l’autore desiderava, con gli attori e i loro personaggi sfruttati quasi come fossero statue.

Un processo complesso, che si è unito al lungo casting che ha portato a Sophie Thatcher: «Ha la pelle di porcellana, sembra quasi un’alieno», afferma il regista,  e al lavoro sulla composizione della colonna sonora da parte di Pino Donaggio, nel curriculum numerose collaborazioni con Brian De Palma e Dario Argento: «Considero Her Private Hell come un’opera lirica, per questo ho deciso di guardare all’Italia per la colonna sonora, avevo bisogno di qualcuno che conoscesse quest’arte. Pino ha fatto talmente tanti film che penso non lo spaventi più nulla».

Ad aver alimentato la spinta creativa di Refn per Her Private Hell c’è stato anche un intervento che si potrebbe definire divino, un’esperienza che ha portato l’autore a confortarsi con cosa significa la fede e avere uno scopo nel mondo: «Quando mi hanno detto che potevo morire ho pensato che andava bene perché non avevo più molto da dire come artista», ricorda riferendosi all’operazione che ha subito nel 2023 dopo un’emorragia al cuore che ha scoperto accidentalmente.

«La fortuna però mi ha salvato. Non il talento, solo la fortuna. Quando ti ritrovi a vivere una simile situazione è ovvio che, in qualche modo, instauri un certo punto di contatto con la fede. E dopo che sono tornato in vita ho capito che avrei continuato nella mia missione, che è il cinema».

È anche per questo che Nicolas Winding Refn non vuole invecchiare: «Voglio rimanere giovane per sempre. Mi rifiuto di diventare adulto e, anche se ormai è difficile fare finta di non avere una certa età, continuerò ad essere contro la crescita». Di certo i suoi gusti sono molto giovanili e sul pezzo: «Cosa mi è piaciuto quest’anno? Obsession. L’ho visto con mia figlia. Anzi, devo dire, mi è piaciuto proprio perché è piaciuto a lei».

E così, mentre nelle nostre sale arriva Her Private Hell, si aspetta di scoprire il nuovo futuro transmediale di Nicolas Winding Refn: «Andare ad Hollywood? Perché no. Io la amo, come amo Los Angeles, anche se si tratta di una macchina che macina i sogni e ti porta a chiederti continuamente cosa sei disposto a sacrificare per raggiungerli. Ad esempio io non potrei mai rinunciare alla mia libertà creativa. Non voglio farmi controllare. Perciò io amo Hollywood, ma non è detto che Hollywood ami me».

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