
Le gonne post-moderne della SS27 di Prada Creare moda per un mondo che non c’è più

La domanda più importante della fantascienza la pose, nel 1968, Isaac Asimov quando, sulla copertina più celebre, chiese: Do androids dream of electric sheep? Interrogandosi, di base, su dove si trovasse il confine tra uomo e macchina e sull’idea che gli esseri artificiali potessero sviluppare una coscienza. Quest’oggi, lo show SS27 di Prada si è aperto con una canzone di Malcom McLaren, Madam Butterfly, che prende le note molto umane di Giacomo Puccini e le traduce in un beat sintetico, tipico degli anni ’80: una melodia organica, pensata per le voci umane, i legni e le corde dei violini, che diventa il prodotto di un macchinario elettronico. E la dicotomia tra organico e sintetico, tra realtà e rappresentazione appariva fin dal primo look: una gonna a sigaretta dall’aria futuristica abbinata a un reggiseno in pizzo.
Il letimotiv dello show è stata questa combinazione di gonna e reggiseno. E proprio questo capo è apparso molto tradizionale nel primo look per poi diventare sempre più futuristico e fantascientifico man mano che lo show andava avanti. L’idea era, da un lato, un occhiolino al trend dei primi 2000 di indossare reggiseni decorativi e spesso molto a vista come elemento di layering. Ma poi questi reggiseni sono andati evolvendosi, diventando via via più sportivi, poi più decorati e fascianti e, infine, trasformandosi in una sorta di microtop (molto micro, a dire il vero) in due casi avvolto intorno alle braccia delle modelle che ricordava una specie di pettorina.
Ma quando il top si assottiglia e sparisce a diventare protagonista è la gonna, le cui forma e composizione è stata forse il midollo concettuale dello show. Molte di queste gonne erano tradizionali ma decorate da una fascia di velcro colorata a contrasto che veniva sia utilizzata come elemento di chiusura futuristico e funzionale, sia come base per applicazioni di cristalli, oppure con le crinoline interne esposte. C’erano gonne il cui spacco era chiuso da bottoni-gioiello che fungevano anche da decorazione, altre fatte di fiorellini di cristallo delicate come pizzo, altre ancora erano normali e infiocchettate ma come chiuse dentro un’altra gonna di tessuto trasparente.
Le più interessanti, che rimandano ai toni fantascientifici di cui si discuteva in apertura, erano semplici gonne plissé ma di materiale sintetico. Altre, sempre sintetiche, si chiudevano sopra camice lunghe come vestaglie (il reggiseno era sempre a vista, tra parentesi) mentre quelle più concettuali andavano proprio strette in mano mentre si camminava, così che il gesto di chi le portava ne alterava la forma. Tutte avevano una forma abbastanza severa e tradizionale, molto anni ’50 in certi casi, ma venivano trasfigurate nella sostanza e nella struttura pur mantenendo la forma identica.
Più che un’analisi intellettuale della gonna in sé, oppure oltre e nonostante questa analisi, il pensiero che questi look suscitavano riguardava la natura delle cose in un’epoca di artificialità, in cui il cotone può sembrare camoscio, il nylon seta, il cristallo pizzo e il velcro può trasformarsi in un supporto per dei gioielli. Di questo abito tradizionale rimane solo un simulacro esterno in cui tutto resta identico a com’era ma niente è davvero lo stesso per costruzioni, materiali, funzioni d’uso ma anche presupposti culturali. Il concetto della gonna classica viene dunque rivisitato in un contesto, quello di oggi, in cui la realtà che l'aveva resa possibile non esiste più. Ciò che rimane è dunque il segno di una gonna che, paradossalmente, rimette in discussione la nozione stessa di come una gonna sia fatta, costruita, o a cosa serva.
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