
Jeremy Scott ha fatto un discorso contro l'AI in un'università americana Negli Stati Uniti, sempre più giovani protestano contro l'ascesa della nuova tecnologia
Alla Kansas City Art Institute, il designer americano Jeremy Scott ha iniziato il discorso di cerimonia di laurea leggendo frasi motivazionali come «siete all'alba di un nuovo inizio». Pochi istanti dopo, Scott ha guardato la folla di laureati e strappato il discorso che aveva tra le mani. «Non vi sembra di averlo già sentito? - ha detto il designer - Non vi sembra un po' cliche? È perché è AI». Tra gli applausi del pubblico, Scott ha così reindirizzato il discorso sull'importanza della creatività e le infinite possibilità che può raggiungere la mente umana a differenza di un computer. Un discorso che ha commosso gli studenti, che hanno accolto le sue parole con grida di clamore.
Con la voce interrotta dall'emozione, Scott ha continuato il discorso affermando che malgrado la crescita delle nuove tecnologie, nulla sarà mai al pari della passione e dell'originalità di una mente creativa. «Perché sapete cosa non può fare l'intelligenza artificiale? Non può fare quello che fate voi. Non può avere un'idea originale. Non riesce nemmeno a distinguere tra un'idea valida, un'idea originale e una mediocre - ha detto il designer, aggiungendo «È proprio questo che rende il vostro ruolo di artisti così urgente in questo momento. Nel contesto storico e sociale in cui viviamo, ritengo che l'artista sia più fondamentale che mai. Questo perché un artista non racconta la verità. Decide piuttosto come la verità va percepita. È colui che piega la realtà, pur fungendo da specchio della società.»
Alla Gen Z americana non interessa il Big Tech?
Appena pochi giorni prima, sempre negli Stati Uniti, una vicenda particolare aveva invertito le parti, causando lo sdegno del corpo studenti. Gloria Caulfield, dirigente del settore immobiliare che ha parlato alla cerimonia di laurea all'Università del Florida, ha celebrato la nuova tecnologia dichiarando a gran voce che «l'ascesa dell'intelligenza artificiale rappresenta la prossima rivoluzione industriale». Parole che non sono piaciute agli studenti di arti, letteratura e comunicazione presenti, che hanno cominciato a fischiare. «Cosa succede? Posso continuare?», ha chiesto guardando gli organizzatori dell'evento.
Ancora prima di questo episodio in Florida, la stessa reazione era toccata a Eric Schmidt, ex CEO di Google che aveva detto, durante la cerimonia di laurea dell'Università dell'Arizona, che «La domanda non è se l'intelligenza artificiale cambierà il mondo. Lo farà. La domanda è se sarete voi a contribuire a plasmarla. L'intelligenza artificiale influenzerà ogni aspetto della vita, qualunque strada voi scegliate». Anche in questo caso, l'autore del discorso è stato accolto da fischi e grida di disprezzo.
Steve Wozniak built the first Apple computer in 1976.
— Damian Player (@damianplayer) May 21, 2026
50 years later he walked onto a graduation stage and said this:
“you all have AI. actual intelligence.”
“I was at a company where the engineers figured out how to make a brain. it takes 9 months.”
the AI industry is… pic.twitter.com/qDN5dZr2lQ
Ma non tutti gli imprenditori digitali che negli ultimi mesi hanno parlato dell'AI durante una cerimonia di laurea hanno incontrato il dissenso del pubblico. Steve Wozniak, informatico e inventore nonché una delle menti dietro al primo computer personale Apple, ha fatto ridere gli studenti laureati della Grand Valley State University dicendo che loro hanno già l'AI: «actual intelligence».
Un'inversione di dinamica
La reazione degli studenti delle università americane nei confronti dei discorsi di Scott, Caulfield, Schmidt e Wozniak riflette in maniera piuttosto evidente i sentimenti delle nuove generazioni del Paese nei confronti dell'AI. Mentre i poteri più "anziani" celebrano la tecnologia arricchendosi, i più giovani sembrano volerla accettare. Anzi: secondo uno studio di Gallup realizzato negli Stati Uniti lo scorso aprile, la percentuale di intervistati Gen Z che apprezzano l'AI è diminuita del 14% arrivando al 22%, mentre il dato relativo ai giovani arrabbiati nei confronti della tecnologia è salito di nove punti percentuali, al 31%.
Un altro sondaggio di Pew Research dimostra invece che, mentre in tutto il mondo sono gli over-50 la generazione più preoccupata per l'invasione dell'AI nella vita di tutti i giorni, con una differenza percentuale dalla Gen Z di ben 24 punti, nel caso degli Stati Uniti lo squilibrio si fa molto più sottile, con i giovani preoccupati quasi quanto i cittadini più maturi.
Se non si può dire lo stesso negli altri Paesi del mondo, dove la Gen Z sembra ancora mantenere aspettative positive nei confronti dell'AI, negli Stati Uniti stiamo assistendo a un'inversione di dinamica enorme tra giovani e vecchi e la loro relazione con le nuove tecnologie. La caratteristica più interessante della questione non riguarda tanto il fatto che il Paese sembri l'unico in cui sta avvenendo questo cambiamento, quanto il fatto che stia succedendo nel Paese natale dell'AI. Lo stesso in cui, nell'ultimo anno, sempre più ricercatori AI non solo stanno lasciando il settore, ma stanno addirittura mettendo in guarda le persone, con l'ex capo del Safeguard Research team di Anthropic che ha addirittura ammesso «il mondo è in pericolo».














































