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Breve storia dello stile Olimpico

Scopri tutte le rivoluzioni stilistiche che hanno accompagnato i Giochi Olimpici

Breve storia dello stile Olimpico  Scopri tutte le rivoluzioni stilistiche che hanno accompagnato i Giochi Olimpici

Tra circa una settimana si apriranno i XXXI Giochi Olimpici, a Rio de Janeiro, Brasile. L’avvicinamento ad un evento di tale portata si sa, è sempre lungo e complesso, e quest’anno le cose si sono fatte ancora più complicate per la crisi brasiliana prima e per la squalifica russa poi.

Ma le Olimpiadi non si fermeranno, come non si ferma la storia, scandita nella sua ritmicità (anche) dalla più grande delle manifestazioni. Che ha impattato su tutto: si è fermata durante le guerre, ha contribuito – suo malgrado – alla creazione di regimi, ne ha distrutti altri, ha combattuto razzismo, sessismo, installando i valori dello sport a fondamenta della nostra società.

Non da ultimo, le Olimpiadi hanno influenzato gusti e mode dei tifosi, che si spargevano poi a macchia d’olio su tutta la popolazione. Per celebrare l’inizio dei Giochi di Rio allora, ripercorriamo brevemente alcune delle principali rivoluzioni stilistiche fomentate dalle Olimpiadi: dalle prime divise all’avvento degli stilisti, dagli scarpini di pelle alle nuove tecnologie in titanio, in una evoluzione che va di pari passo con quella della società, occidentale e non.

 

Dal rigido al sintetico

Le regole sull’abbigliamento sono sempre state una parte importante della storia Olimpica, e si sono via via evolute aprendosi all’avvento di sponsor e pubblicità. Un estratto dal dress code della maratona del 1908 ai Giochi di Londra, ci riporta un mondo diverso da quello che siamo abituati a vedere (anche se non troppo). Si leggeva infatti: «Every competitor must wear complete clothing from the shoulder to the knees (ie jersey sleeved to the elbows and loose drawers with slips). Any competitor will be excluded from taking part in the race unless properly attire».

I più significativi passi avanti vengono fatti negli Anni '20, in particolar modo per le Olimpiadi del ’24 a Parigi. Cadono parecchie restrizioni, specialmente riguardo l’abbigliamento femminile, e si assiste l’introduzione di nuovi materiali come la seta e il cotone, che andarono a sostituire la storica lana. Per le divise “da passeggio” invece si dovettero attendere gli Anni ’30 e soprattutto gli Stati Uniti: Los Angeles 1932.

Sempre in California, ma nel 1984, venne invece accordato il permesso alle nazionali di sponsorizzare le proprie divise. Il vero passaggio alla “modernità”, tuttavia, avviene negli Anni ’50 quando la produzione di massa oramai imperante nell’industria tessile viene adeguata ai gusti e alle mode del momento. Inizia a formarsi il concetto di “sportswear”, nello stesso istante in cui il sintetico fa il suo ingresso in campo: è l’era del nylon e della lycra.

 

I fratelli Dassler

Tutte le Olimpiadi sono speciali, ma alcune restano più impresse nella memoria di altre. È un fatto. Berlino ’36 ad esempio non è stata una manifestazione come le altre, e il turbinio di storie che l’hanno circondata è stato forse 10 volte più numeroso di una “normale” Olimpiade. Federico Buffa sta portando, in questi mesi, in giro uno spettacolo, che dedica una delle sue parti più toccanti alla storia di Jesse Owens, scattista, nero e dal talento folgorante.

Il ’36 è stato anche l’anno in cui agli atleti è stato permesso di accordarsi con sponsor privatamente. Jesse fu persuaso dal brand creato da due fratelli tedeschi, precisamente di Herzogenaurach, specializzato in calzature per l’atletica. I 4 ori di Owens, e la grande riuscita di quegli scarpini, misero in luce il genio dei due fratelli, Adolf e Rudolf (la fantasia, in Germania, può essere un optional) Dassler. Ma le Olimpiadi del ’36 segnano anche l’ultimo periodo di pace visto dall’Europa, prima che Hitler e la Germania nazista la trasformassero nell’inferno in terra. Del partito nazista facevano parte anche i due fratelli Dassler, Rudolf più di Adolf, e quando il primo partì per la seconda volta per il fronte Adolf decise di andarsene a nord del fiume che divide in due Herzogenaurach e fondare l’adidas. Ritornato in patria, Rudolf prese la metà che gli spettava dell’azienda di famiglia e fondò, l’avrete oramai capito, la Puma.

 

Storia di scarpe

Quella delle Olimpiadi è anche una storia di innovazione calzaturiera. Per loro natura infatti, le Olimpiadi hanno bisogno di tanti tipi di scarpini diversi, dalle sneakers da basket fino alle scarpe da sprinter, che sono diverse da quelle da salto e ancora di più da quelle dei maratoneti. Oltre alla fabbricazione dei fratelli Dassler, nel 1936 un altro marchio conquistò il mondo in maniera definitiva, prendendosi un dominio che tutt’ora si è solo trasferito dal parquet alla strada: stiamo parlando della Converse Chuck Taylor. Seppure introdotta circa 20 anni prima sui playground americani, è nel ’36 che la Converse produce quello che resterà per sempre il suo più iconico modello, colorato di bianco con due piccole strisce blu e rosse. Furono date in dotazione alla nazionale americana di pallacanestro, ancora bianchissima, ma destinate a entrare nelle scarpiere di mezzo mondo. I Giochi del 1992 di Barcellona invece furono illuminati dal Dream Team, la più forte squadra di basket di sempre, praticamente imbattibile e votata allo spettacolo. Sua Maestà Michael Jordan venne dotato dalla Nike di una colorazione speciale delle Jordan VII, con l’inserzione in oro che altro non era che un anticipazione in vista di fine agosto. Senza dimenticare le Onitzuka Tiger Runspark, con cui Lasse Viren vinse due ori a Monaco ’72. Il secondo dei quali, fu accompagnato da una delle più clamorose esternazioni promozionali di sempre: Viren infatti percorse gli ultimi metri (quelli dentro lo stadio) della Maratona scalzo, con le due scarpe nelle mani, alzate al cielo, così che tutti potessero notarle. O le adidas Grand Slam, con cui Stefi Graf diventò la prima e unica tennista a completare il Golden Grand Slam e che contenevano la nuova e rivoluzionaria feature del sistema three-peg cushioning.

 

L’arrivo del fashion

È durante la pausa per la I Guerra Mondiale che il fashion (come lo intendiamo oggi) comincia ad interessarsi allo sport e alle Olimpiadi in particolare. Pioniera, in tal senso, è Coco Chanel, determinata ad introdurre jersey che potessero soddisfare anche un gusto estetico oltre che utilitaristico. Tra le due guerre la crescita continua e nel ’48 la spedizione italiana si presenta a Londra vestita integralmente di abiti disegnati da Ottavio Missoni, anch’esso parte della selezione azzurra e per la prima volta alle prese con una sfida di design. Per avere delle collaborazioni stabili tuttavia, bisognerà attendere il nuovo millennio e, guarda caso, ritornare a Londra. Nel 2012 infatti alcuni dei più importanti brand d’alta moda al mondo si prendono il compito di disegnare divise e abiti delle selezioni: Prada per l’Italia, Hermés per la Francia, Ralph Lauren per gli USA.

 

E poi Rio 2016

Anche per questa edizione, tutte le premesse stilistiche sono state rispettate, e alcune delle collaborazioni tra grandi firme e nazionali hanno portato a risultati stupefacenti. È il caso del Canada, che ha chiamato in causa i due fratelli (canadesi) Dean e Dan Caten e la loro Dsquared per le divise “outdoor” della selezione canadese. Tra lo stile urban caratteristico del brand e il rinnovato interesse per tutto ciò che può essere associato alla foglia d’acero (ne avevamo parlato già qualche mese fa), quella del Canada si candida – come sostenuto anche da Forbes – ad essere la miglior uniforme dell’Olimpiade. Christian Louboutin invece ha preso in consegna la realizzazione delle uniformi di Cuba, realizzando (in particolare) delle magnifiche giacche. « We designed the celebratory outfit for the moment they turn back into humans, still in that glory moment, still in their light but heading back to the real world», ha detto Louboutin nel release statement. Ma la novità più interessante sta forse nelle uniformi (e nelle divise da gara) della Svezia. Saranno infatti prodotte da uno dei più grandi retail pret-a-porter del mondo, H&M, e interamente composti di materiali riciclabili. Interessanti anche i poncho prodotti da Lacoste per la selezione francese (con l’iconico coccodrillo che stavolta si colorerà di blu bianco e rosso). E poi ci sono solo, gli americani, con i loro sorrisi e le polo con i cavallini e i colletti alzati.