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Tiemoué Bakayoko non è solo un calciatore

nss sports Digital Cover N.00

Tiemoué Bakayoko non è solo un calciatore
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Tiemoué Bakayoko non è solo un calciatore nss sports Digital Cover N.00

Il 14 febbraio 2020 Tiemoué Bakayoko è diventato shareholder e ambassador di Études Studio, il brand nato nel 2012 dalla partnership tra Jérémie Egry e Aurélien Arbet, due graffiti artist che - dopo aver lanciato il loro studio come casa editrice lo hanno trasformato fino a farlo diventare un brand da passerella a Parigi: «Veniamo da una generazione che ha imparato a mischiare le cose», hanno detto i due una volta. Proprio la volontà di mescolare le cose, li ha portati in contatto con Bakayoko, in una occasione di partnership storica: mai un calciatore era entrato all’interno del board di un brand ready-to-wear con una estetica così definita e in rampa di lancio, in quel mix complicato tra high fashion e streetwear che è diventato oggi il mondo della moda.

Nel momento in cui nss sports lo raggiunge nella casa in cui vive a Eze, a due passi dal Principato di Monaco, Bakayoko sta per tornare a Londra, al Chelsea, per concludere quella che è facile immaginare come la stagione più pazza di sempre per ogni calciatore. Durante il lungo periodo di stop, Bakayoko ha affermato ancora di più la sua posizione di dominanza all’interno dello street-game: ha collaborato, partecipando in maniera attiva, con City Boys FC, ha posato per un editoriale di Air Dior, di cui faceva parte anche la sneaker più attesa dell’anno, che David Bellion consegna a Bakayoko poco prima di cominciare lo shooting. Bellion è una parte importante dell'immagine pubblica del calciatore: ex-attaccante di Bordeaux e Manchester United, negli anni David Bellion è stato prima parte de Le Ballon FC - uno dei primi collettivi calcistici a trascendere dal calcio giocato - poi dei Red Star FC, storica squadra francese che è riuscita a mettere insieme calcio e moda molto prima di Juventus e Palace. Oggi, Bellion è a capo della Super Vision Office, l’agenzia che cura gli interessi del centrocampista del Chelsea.

L’attenzione di Bakayoko per tutto quello che va al di là del campo - per la moda certo, ma anche per l’arte o per i temi sociali - è esemplificativa di un nuovo prototipo di calciatore che, come anche Bellerin, cerca di utilizzare il suo potere comunicativo per mostrare una parte di sé, e per certi versi d'una intera categoria, più completa, attraverso l’uso di social media non meramente strumentale a ricevere il supporto dei suoi tifosi. Durante la lunga conversazione per la Digital Cover n.00 di nss sports, Bakayoko ha mostrato, con umiltà, la voglia di far parte di un mondo che secondo la concezione generale non appartiene ai calciatori. E invece Bakayoko conosce perfettamente tutti i brand coinvolti negli outfit dei suoi look, che sono quasi tutti francesi - da Etudes a Drôle du Monsieur a L’art de l’automobile fino ad arrivare a Jacquemus - e seguono una estetica ben precisa e che sta piano piano conquistando le passerelle all’insegna di una estetica mediterranea perfettamente riconoscibile anche nell’altra location utilizzata per lo shooting, l’incantevole Chateau de la Chevre D’or di Eze. Durante gli scatti Bakayoko parla con il suo manager anche di nuove opportunità commerciali, di brand anche molto piccoli e per addetti ai lavori, in una giornata intera passata a non parlare di calcio, ma di tutto quello che gli gira intorno, che gli piace e che lo completa come persona prima che come calciatore.

Quando è nata la tua passione per la moda e per lo streetwear?

Fin da quando ero un ragazzino ho sempre amato la moda, a causa del modo in cui sono cresciuto e del posto in cui sono cresciuto. Mi ha sempre interessato provare a sviluppare un look che fosse mio e il fatto che oggi sia ancora più parte del mondo della moda - grazie al calcio - mi da lo stimolo per cercare di imparare sempre di più.

Quanto Parigi e il quartiere in cui sei nato hanno influenzato il tuo gusto?

Vengo dal 14esimo arrondissement di Parigi e vivere a Parigi, al centro di Parigi, è una grandissima opportunità se ti piace la moda, perché riesci sempre a vedere in giro persone che vestono all’avanguardia e trarre ispirazione dai loro look, o dai i palazzi, dall’arte e l’architettura di Parigi. Sono cose che ti portano a costruirti un tuo senso di estetica.

Come e perché hai deciso di investire in Études?

È successo che Études ha approcciato David - che cura la mia immagine - e gli hanno detto che erano interessati a entrare nello sport. Quando gli hanno chiesto chi sarebbe stato un buon fit con il brand lui ha subito fatto il mio nome, perché vengo da Parigi, dal 14esimo arrondissement, la sede di Études è al numero 14 di rue Debelleyme, c’erano tante storie parigine dietro la cosa… C’era quindi la possibilità di entrare nel board di amministrazione di Études, insieme ad altri nomi celebri della musica e del business francese, ed era la prima volta che un calciatore entrava a far parte di un brand ready-to-wear, che sfila a Parigi per giunta.

È da qualche anno, tre al massimo, che i calciatori hanno cominciato a mostrare - anche attraverso i loro social media - interessi diversi da quelli meramente calcistici. Nel tuo caso - e in quello di altri pochissimi calciatori, come Bellerin - è stato la moda. Perché a tuo modo di vedere questo è il momento migliore perché questo accada?

Credo semplicemente che il mondo del calcio si sia evoluto e questo è il momento giusto per calciatori come me o Bellerin di farsi finalmente avanti e mostrare che esiste qualcos’altro oltre il calcio nella vita di un giocatore professionista. C’è stato un periodo in cui la moda si è evoluta organicamente per essere indossata prima dalle stelle del cinema, poi dai cantanti, dalle loro esibizioni sul palco, ma adesso lo sport e il calcio stanno diventando una parte importante della vita e delle ispirazioni della moda e credo sia per questo per oggi i giovani possono anche identificarsi nei calciatori che capiscono e che amano la moda. C’è ovviamente una differenza infatti tra amare la moda e studiarla, provarne a capire i meccanismi, fare ricerca e rendere la moda un fatto culturale.

Questo è il periodo in cui gli artisti, i rapper, sono diventati i role player principali dello streetwear. Non può esistere una Nike Dunk senza Travis Scott, ovviamente, ma: il calcio è lo sport più popolare al mondo, nonché uno dei tratti culturali di tutta l’Europa. Il fatto che i calciatori possano diventare i prossimi “rapper” potrebbe dunque significare qualcosa di buono anche per il mondo della moda, che è sempre più legato a quello che succede negli USA rispetto all’Europa. È realmente qualcosa che può accadere nel prossimo futuro?

È sicuramente difficile dire oggi se un calciatore avrà mai lo stesso impatto che ha oggi Travis Scott nel mondo dello streetwear, ma di sicuro nel prossimo futuro lo sport e il calcio avranno il loro grande momento - maggiore anche di quello degli ultimi due anni. Già oggi lo streetwear usa un sacco di codici estetici sportivi per dei dettagli o accessori. Ad oggi sto parlando con Études di una possibile collaborazione tra me e il brand. Accadrà quindi sicuramente qualcosa, e magari potrà essere un primissimo passo in quella direzione.

Per anni la moda è stata concepita - soprattutto nell’ambiente calcistico - come una cosa “da donne”. Forse solo David Beckham è riuscito ad essere una vera eccezione a questo modo bigotto di vedere le cose. E’ cambiato oggi il modo in cui si parla di moda nel calcio?

Mi piacerebbe ahah… mi piacerebbe anche riuscire a parlare di più con i miei compagni di moda e streetwear ma è complicato. Anche se tutti ormai dicono di amare la moda, spesso non condividiamo gli stessi codici estetici e lo stesso grado di passione verso l’industria. Certamente quando incontro Bellerin è molto più semplice parlare di cose che sappiamo di avere in comune ma ci sono tantissimi calciatori che seguono i trend ma non riescono davvero a sviluppare il loro senso estetico in maniera completa. Non mi reputo semplicemente un consumatore del mondo della moda, mi piace indagare dietro il semplice capo, provare a studiare cosa fanno i designer e che tipo di storia hanno.

Hai accennato all’importanza di conoscere chi c’è dietro un brand e in questi tempi particolari che stiamo vivendo la questione è stata ancora più fondamentale. Si è parlato tanto di black-owned-brand, dei Virgil Abloh, Jerry Lorenzo e Pyer Moss. Quanto credi sia importante - ancora - sottolineare queste cose per far conoscere ai media e soprattutto alle persone che dietro i loro brand preferiti ci sono dei creativi neri?

Sono d’accordo sull’importanza di far conoscere i black designer al di fuori dell’industria, ma per me la cosa è ancora più importante di così: in Francia ci sono stati episodi e problemi molto simili a quelli degli USA e non riesco a porre la questione semplicemente come “bianchi contro neri”.

L’unica cosa che riesco a vedere oggi è, per così dire, il lato positivo: questo dramma ha portato tutti, bianchi e neri, a protestare per esigere un mondo migliore e più giusto. Oggi ovviamente quello che vediamo e che è sotto gli occhi di tutti è la violenza verso i neri, specialmente in USA, ma questa è solo la punta dell’iceberg, l’importante è unire le persone, trovare le giuste cause per far sentire le persone un tutt’uno.

L’unica cosa che riesco a vedere oggi è, per così dire, il lato positivo: questo dramma ha portato tutti, bianchi e neri, a protestare per esigere un mondo migliore e più giusto. Oggi ovviamente quello che vediamo e che è sotto gli occhi di tutti è la violenza verso i neri, specialmente in USA, ma questa è solo la punta dell’iceberg, l’importante è unire le persone, trovare le giuste cause per far sentire le persone un tutt’uno.

Quella con City Boys FC è una collaborazione molto importante tra un calciatore molto popolare come te e un brand molto underground, seppur capace di realizzare grandi cose e lasciare un’impronta tra gli addetti ai lavori nel rapporto tra fashion e moda. Come è nata la vostra partnership?

Keisuke de City Boys FC è un buon amico di David, e quando lo ha contattato si è subito parlato di fare qualcosa di bello insieme. Mi hanno chiesto qualche idea e ho ragionato sulla mia infanzia, sulla città in cui sono nato e su alcuni miei tratti caratteristici. È passato un anno più o meno dal primo contatto all’uscita della collezione, un anno passato a pensare al concept, a cercare l’idea giusta, la foto giusta e la giusta espressione verbale da utilizzare.

Alla fine abbiamo optato per un modo di dire tipico della mia zona, per il numero 14 perché è appunto quello del mio distretto e sono davvero contento della riuscita dell’operazione perché è venuta fuori una cosa molto intima, molto personale e rappresentativa di me.

Alla fine abbiamo optato per un modo di dire tipico della mia zona, per il numero 14 perché è appunto quello del mio distretto e sono davvero contento della riuscita dell’operazione perché è venuta fuori una cosa molto intima, molto personale e rappresentativa di me.

Hai l'ambizione di provare a realizzare qualcosa di tuo nel prossimo futuro?

Sì, c’è sicuramente l’idea di provarlo a fare, ovviamente ho ancora bisogno di tempo e di sviluppare le mie skills e le mie idee. Non mi interessa però solo mettere il mio nome da qualche parte o fare una sorta di merchandising. Voglio prendermi del tempo per fare le cose per bene, sviluppare un pensiero che può essere in armonia con il brand. Più sviluppo il mio gusto e le mie idee e più mi sento pronto a creare qualcosa di simile a un mio brand.

Qual è il tuo brand preferito oggi?

Mi piace tantissimo quello che stanno facendo Virgil Abloh con LV e Kim Jones con Dior, il modo in cui stanno mischiando l’high fashion con lo streetwear ma anche Matthew Williams con Alyx e ora sono curioso di sapere cosa farà con Givenchy. Recentemente ho comprato delle scarpe di Sterling Ruby, qualche pezzo da Camiel Fortgens e ho recentemente acquistato la maggior parte della collezione tra Futura e Modernica per la mia prossima casa.