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La storia di "Un giorno all'improvviso"

Dallo stadio San Paolo ai balconi dei quartieri della città partenopea

La storia di Un giorno all'improvviso Dallo stadio San Paolo ai balconi dei quartieri della città partenopea

"Un giorno all'improvviso" è l'inno di Napoli, non del Napoli. Che si senta in "Curva B" o da un balcone davanti al meraviglioso golfo di Napoli - come ha fatto Insigne in occasione del flash mob di qualche sera fa - resta uno dei simboli culturali della città sotto il quale si riunisce tutto il popolo partenopeo legato alla maglia azzurra.

 

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Il coro è una rivisitazione del pezzo "L'estate sta finendo" dei Righeira, il duo formato da Michael e Johnson Righeira - che all'anagrafe fanno rispettivamente Stefano Rota e Stefano Righi. Il brano è una hit assoluta della metà degli anni '80, nono singolo più venduto del 1985 e vincitrice del Festivalbar davanti a canzoni come "Live is life" degli Opus (che con Napoli c'entra qualcosa) e "Una nuova canzone per lei" di Vasco. I primissimi a riadattare il testo della canzone dei Righeira non sono stati i tifosi del Napoli ma i tifosi dell'Aquila nel 2014. La versione originale del coro, dunque, appartiene ai tifosi abruzzesi che suona un po' diverso da quello che oggi si ascolta al San Paolo.

 

 

Se è vero che esiste un lato oscuro dietro ogni cosa, anche in "Un giorno all'improvviso" di stampo napoletano c'è qualcosa che stride con gli ideali di una tifoseria calda come quella partenopea. La canzone pubblicata nel 1985 è stata scritta da Johnson, ovvero sia Stefano Righi. In un'intervista rilasciata a Sky, il cantante ha ammesso di essere un grande tifoso juventino e non ha nascosto l'imbarazzo di essere per certi versi sulla bocca dei principali nemici sportivi. Dopo questa velenosa dichiarazione, la tifoseria del Napoli non ne ha risentito e ha continuato ad intonare il coro. In città c’è qualcuno che prova a farsi sentire, reputando indegno e non opportuno cantare una canzone scritta da un avversario particolare. Nessuna forza, però, può fermare un fiume in piena, un motivato che coinvolge non solo i tifosi ma anche e soprattutto i giocatori. Insigne è solo l’ultimo caso - e non fa testo perché si parla di un napoletano DOC - ma tantissimi giocatori del Napoli hanno fatto del coro una vera e propria religione: da Gonzalo Higuain a Ciro Mertens, da Jose Maria Callejon ad Allan, passando per un incontenibile Pepe Reina.

 

 

Proprio il portiere spagnolo, durante il suo periodo poco convincente con i colori del Napoli, è sempre stato uno dei primi a fiondarsi sotto la curva per seguire il ritmo della canzone con le mani insieme ai suoi compagni. È anche stato tra i più audaci nel difendere il gruppo e le scelte del gruppo in merito. Zvonimir Boban durante uno dei suoi interventi nel post partita dallo stadio San Paolo, ha apertamente dichiarato di non condividere i festeggiamenti alla fine di ogni gara dei giocatori del Napoli, definendo gli stessi come “esagerati” e aggiungendo “che fanno perdere di vista l’obiettivo”. A queste parole sono seguite quelle del leader dello spogliatoio azzurro Pepe Reina, che ha liquidato l’ormai ex dirigente del Milan spiegando che l’unione tra la squadra e il pubblico è fondamentale, soprattutto in una piazza come Napoli ed ha ribadito come dopo ogni vittoria si debba rendere onore ai propri tifosi.

Da sempre le curve degli stadi italiani cercano di differenziarsi, provando ad imporre un proprio stile e cercando di essere creativi sia in termini coreografici che in canori. Da qualche anno a questa parte, però, si assiste ad un certo appiattimento, probabilmente causato dagli incresciosi incidenti (diminuiti nel corso degli anni ma non ancora scomparsi) tra tifoserie che si sono susseguiti negli ultimi tempi. Una sorta di conformismo delle curve, un’identità che non si riesce a consolidare e delle dinamiche paradossali che non trovano grandissima spiegazione. Ne è esempio proprio “Un giorno all’improvviso”, simbolo di una tifoseria storicamente nemica la Juventus che però rende una canzone scritta da un tifoso bianconero un inno. O, viceversa, lo Juventus Stadium che durante ogni gara intona una versione rivisitata del celebre brano della tradizione napoletana come  “O surdato nnammurato”. Al di là di ogni spiegazione logica e illogica che si voglia trovare, la versione partenopea dei Righeira ha fatto cantare il San Paolo, la “Curva B” e ora anche i balconi di una delle più belle città d’Italia.

 

Trovare una definizione totale di Napoli è impossibile. Napoli, come cantava il grande Pino Daniele, è "a voce d'e creature", la parte più genuina di un popolo. Un popolo formato da "mille culure" per restare con Pino, dalla voce di chi non si stanca di sostenere una città che spesso viene bistrattata e mortificata. E quella stessa voce, la domenica, diventa un coro che rende la "Curva B" qualcosa di speciale. C'è qualcosa che rende speciale quel coro, quella fetta di San Paolo. È un inno non ufficiale, un qualcosa che in poco tempo è diventato il simbolo degli ultras del Napoli, un motivo che ora è orecchiabile in tutti gli stadi, a qualsiasi latitudine. Sì, perché "Un giorno all'improvviso" non è semplicemente un coro, ma una poesia che racconta l'amore dei tifosi verso una città, prima ancora che verso una squadra di calcio.