Quando parliamo di Lazialità non si può che partire dal primo baluardo di quella che è l’identità biancoceleste: la Storia. La Società Podistica Lazio fu fondata il 9 gennaio dell’anno 1900 in Piazza della Libertà - nel rione Prati - dal giovane sottufficiale dei Bersaglieri ed atleta podista Luigi Bigiarelli.
Quella data viene insegnata come atto fondativo della fede biancoceleste e prima arma di difesa dell’identità laziale: La più antica Polisportiva romana come recita la targa affissa a Piazza della Libertà e il copy Instagram sul profilo della Lazio nella versione rielaborata di La Prima Squadra della Capitale. La Roma nata 27 anni più tardi da una fusione di diverse società ha puntato tutto sull’aspetto geografico copincollando simbolo e colori della città. Bigiarelli non scelse il nome della sua città, preferendo i colori della Grecia (patria dello Sport) e l’Aquila come simbolo - animale fiero e dominatore - gettando le basi per un’identità collettiva più complessa ed astratta che sono ancora le pietre angolari del tifo biancoceleste.

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Noi siamo la Sparuta Minoranza

 

Chi è laziale sa di appartenere ad una minoranza e lo difende con fierezza. È una cosa che se sei cresciuto a Roma o dintorni impari subito. In classe tra elementari, medie e liceo ho avuto solo tre compagni di classe laziali, gli altri erano quasi tutti romanisti. Ora capite da soli che un contesto del genere tende a sviluppare più i meccanismi difensivi, per cui quella era la risposta da dare agli sfottò, soprattutto quando i tempi erano amari. Il confronto con il Grande Altro - che è stato banalizzato in complesso per lo striscione OH NOO - è chiaramente una delle componenti dell’identità laziale.

 

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L’essere una minoranza forma il carattere attraverso l’orgoglio di essere controcorrente, pochi in mezzo alla moltitudine nemica. Trovare amici con cui andare allo stadio o guardare una partita non è semplice come per chi tifa la Roma e di questo si nutre il tifo laziale.
Anche fuori dai confini capitolini, ho imparato che il Laziale viene considerato come un animale raro ed esotico, ma non con la stessa simpatia e curiosità con la quale un tifoso della Juventus, del Milan o dell’Inter approccia un tifoso di una squadra provinciale. L’immaginario Laziale è meno immediato di quello romanista, e meno affascinante per chi si ferma allo stato superficiale che spesso viene appiattito su stereotipi superati.



La mistica laziale

 

Quando mi affacciai veramente nel mondo del calcio era l’anno che Alessandro Nesta lasciò la Lazio. Lui, - difensore, elegante e misurato - nella mia testa era la perfetta incarnazione di quello che volevo essere giocando nel campetto della scuola, nonché la perfetta Nemesi per gioco e immagine di Francesco Totti. L’abbandono dell’incarnazione della Lazialità lasciò un vuoto nella narrazione che non fu colmata da nessun idolo, per cui i tifosi si appellarono a concetti più astratti nel tifo come la Maglia, o appunto, la Storia.

 

 

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L'era post-Cragnotti ha sempre offerto solo cotte occasionali - Claudio Lòpez, Stefano Fiore e Felipe Anderson le mie personali - ed eroi saltuari e casuali - leggi Lulic, Castroman o Klose - ma mai veri simulacri della Lazialità. Dall’altra parte della Nord, prendeva forma invece una narrazione semplice e un po’ cialtrona dell’incarnazione del Popolo nel corpo di Francesco Totti. Fatta di Gladiatori, calcio Pane&Salame e una completa simbiosi bidimensionale tra il Romanismo e la sua persona culminata in una pomposa cerimonia collettiva di Uccisione del Padre due stagioni fa.

 

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Non avendo idoli da santificare, l'approccio storico dell'identità laziale accoglie i momenti cupi del passato - la Serie B, la tragica morte di Re Cecconi e quella di Gabriele Sandri,  il fallimento Cragnotti - con una vena stoica che fa della sopportazione un orgoglio di cui andare fieri, ben riassunto nel motto “Non Mollare Mai”. Lo sguardo nostalgico per un passato mitico e quel distacco e disincanto emotivo rispetto al presente.
L’atto fondativo consiste invece nel non cedere al fascino del blasone di altre squadre o al conformismo romanista, non è semplice, soprattutto quando una classe e una città intera ti aspetta la mattina dopo che Montella ha segnato 4 gol in un derby. Non sto parlando solo dei risultati sportivi - Lulic e il suo gol al ‘71 è stato un discreto spartiacque nelle coscienze del derby di Roma - ma proprio della differenza sostanziale nel godere e soffrire del popolo laziale. Per esempio all’Olimpico durante i derby succede una cosa che Leonardo Colombati (tifoso romanista) descrisse perfettamente su Vice qualche anno fa:

Forse è l'incubo di tutti i veri tifosi: quando segna la squadra avversaria, quando segna la Lazio, c'è un momento subito dopo il gol, appena la palla va in rete, c'è una frazione di secondo in cui il vuoto risucchia ogni suono. Una specie di silenzio assoluto, di vuoto pneumatico, e subito dopo c'è il boato. Ma quel secondo, neanche, quel centesimo di secondo di silenzio prima del boato, che a te ti dura una vita e che ti crea delle cose cardiovascolari che pagherai negli anni, è uno dei momenti più brutti che puoi passare nella tua vita

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Le grandi contraddizioni

 

La Lazialità è poi stata allenata da sempre alle contraddizioni. Quelle che ho vissuto io e i laziali della mia generazione sono due: il rapporto con la società e il fascismo.
Claudio Lotito è una delle macchiette più interessanti e strambe del calcio italiano. Il giudizio storico sulla sua gestione societaria della Lazio è ancora sospeso. Da una parte ha salvato una società da fallimento certo, riducendone le ambizioni sportive ma comunque portando a casa il massimo di trofei che la squadra poteva ottenere. Dall’altra parte però c’è la sua immagine del burino che parla in latino all’intervista, l’arroganza dell’imprenditore provinciale arricchito che considera la squadra un suo possedimento e tratta i giocatori come dipendenti e infine il coinvolgimento nel malaffare nazional-popolare da calciopoli agli inghippi politici romani. La spaccatura con una Curva viziata dall’era Cragnotti e governata da gruppi che guardavano ai propri interessi, partorì anni di sciopero del tifo e di cori contro il presidente che offuscarono l’attaccamento alla squadra. Un rapporto complesso e ancora in divenire che però ha esasperato quel disincanto laziale verso il presente e l’attaccamento al sentimento astratto della Maglia e della Storia.

 

 

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L’altra grande contraddizione è un nervo scoperto per ogni laziale che non si professa fascista. La reputazione di essere una tifoseria di destra e violenta si basa su un dato storico, ma vive di uno stereotipo goffo semplicistico di chi ha interesse a continuare a vendere questa immagine. Gli ululati allo stadio verso giocatori di colore e i cori che inneggiano al fascismo li ho sentiti anche io, mi sono vergognato ed è stato uno dei motivi che mi ha portato ad allontanarmi dalla Curva Nord.
Ma essere laziali è più complesso e bello che salutare con un braccio teso. L'estrema destra e il fascismo sono stati una componente innegabile degli ultras della Curva Nord, ma non potrà mai rappresentare l'appiattimento dell’identità della nostra squadra.

Tanti Auguri Lazio mia.

 

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