Questo weekend ha dato l’addio al calcio giocato uno dei giocatori più silenziosamente importanti di questi ultimi anni di Seria A: David Pizarro.
Nella massima serie italiana ha vestito le maglie di Udinese, Inter, Roma e Fiorentina. In tutte si è fatto amare e ha saputo fornire un apporto importante di quantità e qualità, un connubio che in pochi riescono a mantenere in perfetto equilibrio a livelli così alti, e per così tanto tempo.

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Ognuno di noi ha una versione della squadra che tifa che considera più sua delle precedenti e successive incarnazioni.

Ci sono tifosi della Roma che hanno ancora nel cuore (e negli occhi) il ricordo della prima era Spalletti: quella della rincorsa infinita e mai soddisfatta al quarto scudetto, quella delle due Coppa Italia vinte di seguito. Oltre ad un Totti nel pieno della maturità calcistica e di un De Rossi conteso da mezzo mondo, quella era una squadra eccezionale per la presenza di tanti giocatori che non passeranno alla storia come i due sopracitati, ma che spostavano gli equilibri pur non essendo incredibilmente appariscenti o pompati dall’hype come succede oggi.

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In quel centrocampo romanista, David Pizarro, “el Pek” - diminutivo di pequeno - era un elemento quasi imprescindibile: voluto proprio dallo stesso tecnico toscano, con il quale a Udine si era definitivamente affermato nel ruolo di regista davanti alla difesa, dopo gli inizi da trequartista in Cile. Un metro e sessantotto ma un fisico roccioso e soprattutto una garra che farebbe impallidire Vecino e Adani lo strillone.

Se parliamo di Pizarro come di un giocatore della Roma di Spalletti non perché influenzati dalla fede calcistica, ma perché in questi giorni è stato lo stesso giocatore, intervistato da un giornale cileno, ad aver affermato:

“Ad oggi, la mia seconda pelle è la Roma. Il tecnico che mi ha influenzato di più in carriera? Luciano Spalletti”.

Spalletti fu il primo allenatore ad intuire le sue potenzialità e ad arretrare la sua posizione in campo, in un’operazione a lui non nuova: molto simile infatti (ma al contrario) a quella svolta anni dopo con Nainggolan, avanzato dalla mediana alla trequarti e trasformato così in centrocampista totale e dominante.

Pizarro diventò fondamentale in quell’Udinese che nel 2004/05 riuscì a conquistare una storica qualificazione alla Champions League e poi fu cuore pulsante al centro del gioco di uno dei moduli più innovativi e divertenti degli ultimi anni, quel 4-2-3-1 romanista in cui era presente un’altra straordinaria intuizione del tecnico toscano, Francesco Totti falso nueve.

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Osservando oggi gli highlights delle sue azioni, ci accorgiamo immediatamente del perché Pizarro sia oggetto di culto da parte di chiunque lo abbia potuto osservare con un minimo di costanza. In quegli anni, al top della forma, la cosa che più colpiva del “pek” era la sicurezza al limite dell’incoscienza con cui giocava ogni pallone. La palla era sempre incollata ai piedi, ci girava intorno quasi come fosse un pianeta e lui un asteroide finito nella sua orbita, assolutamente inseparabili - spesso creando come delle mini fratture nella gara, momenti in cui in campo sembravano esserci solo lui e il pallone, come due ballerini che si astraggono totalmente dal contesto in cui stanno danzando e si concentrano solo sul partner, creando un momento solo per loro a cui quasi ci fa strano assistere.

Chi provava ad affrontare il piccolo cileno, finiva immancabilmente per essere scartato e confuso dalle danze di quest’ultimo sul pallone, dalla sue finte di corpo e dai dribbling inaspettati, a volte in zone del campo che facevano impallidire i suoi tifosi. Spesso stava con la palla al piede per un tempo incommensurabile che sembrava quasi superfluo e barocco, ma che in realtà era solo un modo per mettere in atto l’altro sua grande pregio, quei lanci di collo precisi come un orologio svizzero che andavano a tagliare spesso tutto il campo, pescando magari il terzino in corsa sulla fascia opposta (emblematico l’assist per Riise in una storica sfida con la Juve).

Il baricentro bassissimo e la grande forza fisica facevano sì che nel tenere palla così a lungo erano praticamente ridotte a zero le possibilità che la perdesse, e quindi riusciva a ricavare tutto il tempo necessario per alzare la testa e osservare i movimenti dei compagni: una volta scelta la soluzione migliore, si liberava del pallone con una facilità innata. Osservando la Roma di oggi, fa impressione pensare quanto manchi un giocatore con queste caratteristiche, un regista puro che “disegna calcio” - un ruolo ormai in via di estinzione.

 

Sta qui l’altra grande motivazione dietro il culto per il cileno. Il suo è stato uno stile di gioco incredibilmente definito, espresso a cavallo fra due ere. In un momento, la prima parte di anni 2000, in cui il gioco del calcio correva veloce verso l’evoluzione che ormai si è delineata fortemente oggi. Quel passaggio dall’importanza capitale di tecnica e tattica retaggio degli anni ’80 e ’90 (in particolare nel nostro campionato) alla prevalenza della fisicità dei giocatori, dei ritmi altissimi. Pizarro si è trovato nel mezzo di questa era di cambiamento e come solo i grandi campioni sanno fare, è riuscito sempre ad esprimere il proprio  gioco, senza snaturarlo ma allo stesso tempo mai risultando fuori luogo o fuori tempo massimo. Il ritiro che arriva alla soglia dei quarant’anni è un esempio lampante di ciò, nonostante, come afferma lui stesso, fosse veramente arrivato il momento:

"Arriva per tutti, è arrivato anche per me. Per una questione personale, sono io che lascio il calcio, e non viceversa. Rimpianti? No, ma è comunque una cosa difficile, perché la maggior parte delle persone con cui ho parlato, Universidad compresa, mi ha chiesto di non ritirarmi”.

Una decisione più che consapevole, che fa sorridere se messa a confronto con quella dell’amico Totti, sul cui merito nella stessa intervista viene infatti interrogato, dopo aver spiegato che dall’ex capitano della Roma ricevette una chiamata prima del ritiro di quest’ultimo:

“Si', perché provava sentimenti contrastanti. Quando si é ritirato, non avrebbe voluto farlo. Quindi la situazione era: 'Io voglio ritirarmi', ma questo si contrapponeva a quello che lui stava facendo in quel momento. Voleva continuare e io volevo smettere. Sono cose di cui si parla da compagni, poi alla fine prendi la decisione”.

Ha poi rivelato l’intenzione di tornare in Italia, paese in cui ha lasciato il cuore ma che è anche una scelta professionale: il Pek vuole diventare allenatore e sa bene che non esistono scuole migliori di quella italiana per farlo. Nella sua carriera ha vinto tanto, quasi con ogni squadra in cui ha militato: uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana con l’Inter, due Coppa Italia con la Roma, una Premier League nel 2012 grazie ai suoi sei mesi al Manchester City e perfino la Coppa America 2015 con il suo Cile, storico trofeo conquistato da la Roja guidata da Jorge Sampaoli in finale contro l’Argentina. Nel suo palmarés perfino uno scudetto primavera con la Roma, grazie a una presenza nella squadra giovanile durante quei mesi in cui con Luis Enrique non giocava mai - ma che non per questo sono stati mai motivo di proteste, malumore o risentimento nei confronti dell’ambiente romanista.

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Un calciatore e un uomo di grande classe, unico sotto diversi punti di vista, una persona corretta, sobria e assolutamente fedele alla maglia, grande lavoratore al servizio di qualunque colore stesse indossando. Un calciatore che mancherà moltissimo, che speriamo in un prossimo futuro di rivedere alla regia di una squadra di Serie A, ovviamente non sul campo ma in panchina.