“Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.”

Lo scriveva Nick Hornby, tifoso dell’Arsenal, nell’incipit di Fever Pitch, nella versione italiana Febbre a 90’, romanzo autobiografico uscito nel 1992. 

Islington è un quartiere nel nord di Londra e se sei nato e cresciuto qui, o se da piccolo tuo padre il sabato ti portava ad Highbury invece che al parco, ecco, il calcio fa parte di te e l’Arsenal è la tua famiglia. La fermata della metro è appunto Arsenal, camminavi per quattro minuti ed arrivavi ad Highbury. Ora ne bastano tre ed arrivi al nuovo Emirates. Facile no? Quasi banale. Ma basta mettere un piede fuori dalla metro per essere catapultati nella Londra vittoriana delle piccole case in mattoni rossi, tutte uguali, con il comignolo sulla destra e solo un minimo di spazio vitale nella parte anteriore. Se poi quel giorno l’Arsenal gioca in casa, il percorso è facilmente segnato dalle innumerevoli bancarelle che riempiono la strada rendendola ancora più stretta, quasi claustrofobica, costringendoti a far parte di quella famiglia che ti prende e ti porta per mano allo stadio, facendoti subito sentire un Gooner.

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Gooner deriva dal soprannome della squadra “The Gunners”. Nasce nel 1886, grazie agli operai della Dial Square, fabbrica di munizioni, e nel primo logo erano rappresentati tre cannoni. La prima “casa” è a sud del Tamigi, a Woolwich, tanto che fino al 1913 il nome della squadra era Woolwich Arsenal. Ora il logo di cannoni ne ha solo uno e di operaio è rimasto poco o nulla, essendo una delle squadre più ricche d’Inghilterra. L’amore incondizionato dei tifosi però non è cambiato, l’amore esteta, per un calcio barocco, esuberante, teatrale, ma forse poco vincente. “Certo, tipico dell’Arsenal. Ce ne servono due e ne fanno uno giusto per farci arrapare!”. Colin Firth, nel rifacimento cinematografico di Febbre a 90’, rende benissimo l’idea di cosa significhi realmente essere un tifoso dell’Arsenal: una grande sofferenza prima di tutto. È dalla stagione 2003/2004 che da queste parti non si vince una Premier League, con Henry, Bergkamp, Vieira, Pires e Ljungberg tra gli altri. 26 vittorie e 12 pareggi, gli Invincibili. Dopo sei vittorie consecutive in campionato, oggi c’è il Leicester in casa. Sono le 18 e salgo su una metro stracolma a King’s Cross, due fermate e la terza è Arsenal. Controllo ogni due minuti di non aver perso il biglietto, ma dalla tasca interna del giubbetto non si è mai mosso. Compro un sciarpa biancorossa e vado verso il Block 7. 
Tornello. Controlli. Scale. Vista. Breathless.

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Arsenal – Leicester @Emirates

60.259 posti liberi, il mio è l’unico già occupato. Manca un secolo ad inizio partita ma come al solito non riesco a resistere ad avere lo stadio tutto per me. Il vecchio orologio di Highbury campeggia sopra la Clock End e sembra che il tempo si sia fermato. Resto seduto, fila 6, seggiolino 198. Mi alzo, cammino. Torno seduto. Sono impaziente ma voglio che le lancette si fermino. Cosa devo fare? L’impianto è immenso, i primi tifosi iniziano a popolare i loro posti e lo speaker annuncia le formazioni. L’hot-dog è rimandato a fine primo tempo, sono teso e non ho fame. La fascia che divide il secondo anello dal terzo riporta ogni successo ottenuto dall’Arsenal nella propria storia, in ordine d’annata, e come le 5 statue fuori dall’impianto, precisamente di Ken Friar, Herbert Chapman, Tony Adams, Dennis Bergkamp e Thierry Henry, ti fanno sentire parte di una grande storia. La scritta posta sulla facciata principale dello stadio recita “Victoria Concordia Crescit” (la vittoria arriva dall'armonia), così tutto sembra andare in quella direzione di famiglia, tipica di un quartiere tranquillo, dove l’Arsenal durante la settimana si siede a tavola con te e di sabato diventa un culto. Manca poco ormai, sono quasi le 20:00, sta per iniziare il Monday Night.

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Lacazette, Mkhitaryan, Mesut Özil, il piccoletto ex Sampdoria Torreira, come sempre il tasso tecnico tra i Gunners è elevatissimo, ma a passare in vantaggio alla mezz’ora sono gli ospiti, con un cross di Chilwell deviato nella propria porta da Bellerin. Meglio così, il pubblico si scalda e la partita s’infiamma. Poco prima del duplice fischio il 10 in maglia Arsenal fa 1 a 1 e il meglio deve ancora venire. L’uruguagio a centrocampo è uno dei più osannati durante tutti i novanta minuti, “Torreira ooohhh! He comes from Uruguay, he's only five foot five!” ed è al momento il migliore in campo. Finalmente hot-dog, ma c’è una fila infernale e mi perdo la traversa del Leicester ad inizio secondo tempo (ne è valsa la pena però, era spaziale). Schizzo al mio posto e la partita cambia. Entra Pierre-Emerick Aubameyang, due gol in 3 minuti fra il 63’ e 66’. Il primo gol nasce da una palla illuminante sempre del 10, il secondo, invece, è il più bel gol che io abbia mai visto dal vivo. Dal portiere, Leno, toccano la palla 10 uomini, tutti tranne Mustafi, nessuno due volte, e ancora Aubameyang deve solo appoggiare la palla in rete. Gol in tipico stile Arsenal. 3-1, partita in ghiaccio. Il pubblico applaude e canta “Arsenal! Arsenal!”, Lacazette cerca in ogni modo il gol personale egli ospiti vanno vicino al 3-2 ma non succede più nulla. 

L’Emirates vibra, letteralmente, ad ogni gol, è normale. Ma vibra ad un assist di Özil, ad un dribbling di Lacazette, ad un numero di Aubameyang. The Arsenal Way non è vincerle tute 3 a 0, no. È eleganza, estetica. È il far divertire a costo di non vincere, è andare allo stadio già sapendo di dover soffrire e se si vince tanto meglio. È svegliarsi il lunedì già nervosi per la partita del sabato ed andare a lavorare o a scuola con la sciarpa biancorossa. L’ Arsenal è un’altra cosa.

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“Non è facile diventare un tifoso di calcio, ci vogliono anni. Ma se ti applichi ore e ore entri a far parte di una nuova famiglia. Solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c'è di infantile in questo?”

Febbre a 90’, 1997