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Da Osaka alle stelle: la storia hipster di Mizuno

Tutto quello che volevate sapere sugli scarpini più hipster della scena

Da Osaka alle stelle: la storia hipster di Mizuno
Tutto quello che volevate sapere sugli scarpini più hipster della scena
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Da Osaka alle stelle: la storia hipster di Mizuno Tutto quello che volevate sapere sugli scarpini più hipster della scena

Fino al 1980, il logo della Mizuno era una semplice “M”. Essenziale, ai limiti del banale, sicuramente efficace. In quegli stessi anni, però, il brand si stava espandendo, conquistando nuove frontiere in una mega partita a Risiko che coinvolgeva stati diversi e sport diversi. C’era bisogno di dare un segnale di cambiamento, una novità inaspettata, uno sguardo lontano. Furono fatte centinaia di proposte per il nuovo logo, ma vennere tutte rifiutate. Alla fine arrivò l’idea giusta: fu calata dall’alto, letteralmente.
Noboru Kono, per realizzare il nuovo simbolo, si ispirò a una sezione di un quadro di Kenjiro che rappresentava le connessioni tra le orbite planetarie. Un piccolo dettaglio che racchiudeva in sé un altrettanto piccolo, ma grande universo. La vocazione di Mizuno espressa attraverso una porta piccola, che una volta aperta mostrava un mondo senza confini: il Runbird diventa il simbolo dell’universalità del marchio Mizuno e dell'approccio del brand alla moda

 

Cent’anni di storia

La storia della Mizuno parte da lontano, in senso temporale e geografico: comincia a Osaka, in Giappone, agli inizi del '900, quando Rihachi Mizuno decise, di comune accordo con suo fratello, di aprire la Mizuno Bros nel 1906 dopo aver visto una partita di baseball. Sì, la storia della Mizuno parte da lontano anche “sportivamente”: Rihachi Mizuno vide la sua prima partita di baseball a Kyoto e si appassionò a quello sport importato dall’America quarant’anni prima. Nell’insegna del negozio aperto dai “Bros” si nota chiaramente quale tipo di merchandise venisse preferito dalla coppia di fratelli giapponesi: al centro, in alto, c’è l’immagine di un battitore che stringe la mano a un altro giocatore; lungo tutta la facciata appaiono scritte sia in inglese che in giapponese, e in vetrina, sulla sinistra, si intravedono anche due racchette: il tutto evidenzia il tono internazionale e poliedrico che avrebbe caratterizzato tutta la storia della Mizuno. Che, come detto, è partita dal baseball. Ma non si è fermata lì.

L’ascesa fu piuttosto rapida, come un asso calato dall’alto che all’improvviso raccoglie tutte le carte sul tavolo in un unico mazzo: Mizuno, dalla sua fondazione fino alla seconda guerra mondiale, sostenne diverse edizioni delle Olimpiadi e ampliò la gamma dei suoi articoli sportivi, iniziando a produrre anche attrezzature da sci (1927), sposando il golf nel 1933, abbracciando il tennis nel 1943. Nel 1934, in un tripudio di date e di sport, Mizuno implementò la sua produzione aprendo una piccola fabbrica a Osaka.

Solo la guerra interruppe il percorso della Mizuno, che fu costretta dal governo giapponese ad arrestare la produzione di articoli sportivi per dedicarsi alla produzione di attrezzatura militare. Mizuno, comunque, non abbandonò mai la sua vocazione sportiva. E nei cinquant’anni successivi ha continuato la sua espansione, nel mondo “fisico” e in quello dello sport: grazie alla guida di Jack Curran, nel 1982 l’azienda è riuscita ad entrare anche nel mercato americano e con Masato Mizuno (nipote di Rihachi), infine, è arrivata la vera svolta internazionale: “Il nonno ha fondato l'azienda, il padre ha introdotto innovazioni tecnologiche: ora è il mio turno di espanderla e di renderla davvero internazionale", disse una volta al Time. Obiettivo raggiunto: alla fine degli anni ’90, la Mizuno era leader nel settore del baseball americano e aveva ampliato ulteriormente il ventaglio degli sport: baseball, tennis, golf, sci, atletica, basket, rubgy, ping pong, pugilato, pallamano. E, ovviamente, anche il calcio.

 

Tra icone hipster e sponsor illustri: Mizuno nel pallone

In un mondo di sponsor dominato dalle varie adidas, Nike, Puma e quant’altro, Mizuno si pone in controtendenza, rappresenta l’eccezione. Qualcuno l’ha inserita anche nel manuale hipster del calcio, e lo scarpino viene spesso inserito nelle classifiche dei “Modelli che hanno fatto la storia”, anche grazie all’immagine di Rivaldo: le sue Morelia sono entrate nell’immaginario comune, e forse il brasiliano è lo specchio per eccellenza dell’azienda nel mondo del calcio. Uno stile essenziale, sobrio, il colore della scarpa che contrasta con quello del simbolo dell’azienda (bianco su nero), la pelle di canguro, la comodità messa in cima a tutto. 

Anche nelle sue ultimi varianti, lo scarpino mizunese (nato nel 1985) ha mantenuto sempre lo stesso stile. Sono variati i colori, sì, è variata anche la qualità, grazie alle ultime innovazioni alle quali la Mizuno è sempre stata attenta; la scarpa, però, è quella di sempre. In un mercato che cambia in continuazione alla ricerca del colpo ad effetto, Mizuno si è affidata alla semplicità assoluta, alla continuità, allo stile sobrio e pacato di chi dice “noi siamo questi, in Giappone si usa così:Quan scarpe comode e semplici”. E diversi calciatori hanno dato retta allo spirito del vecchio Rihachi, che è venuto a fargli visita di notte e gli ha consigliato di scegliere la scarpa giusta. E così, nel Mizuno team possiamo trovare, in ordine sparso: il già citato Rivaldo, Nakamura, Careca, Ronaldo, Bebeto, Hulk, Honda, Santa Cruz, Aimar, Kluivert (padre, s’intende), Gianfranco Zola.

 

Ah, c’è anche Roberto Carlos. Anzi: negli ultimi anni, forse, c’è stato soprattutto Roberto Carlos. L’ex terzino è uno dei maggiori sponsor della Mizuno, ha utilizzato le Morelia per gran parte della sua carriera. Nel 2015, in occasione dell’anniversario dell’uscita del modello, ha anche ricevuto dalla compagnia giapponese una versione speciale delle Morelia: dorate, con tanto di bandiera brasiliana e incisione del nome Manuela, figlia dell’ex Real Madrid. Che in questo video ci dice perché scegliere Mizuno:

C’è poi un caso curioso. Curiosissimo. Il giocatore più importante (o almeno più conosciuto) ad essere sceso in campo con le Mizuno ai piedi, ultimamente, è stato Thiago Motta: nella stagione 2015-2016, l’ex centrocampista del PSG era uno dei pochi giocatori illustri della Ligue 1 a non avere un contratto di sponsorizzazione con Nike, adidas o Puma. Libero di scegliere, l’italo-brasiliano ha optato proprio per la Mizuno: versione Morelia II per Thiago Motta. Nessun legame contrattuale, solo una scelta dettata dalla sobria e splendida comodità di un modello intramontabile.



Da Osaka alle stelle

Lo sponsor tecnico Mizuno, negli anni, è stato scelto da diverse squadre giapponesi, ovviamente. Il marchio ha fatto fatica a sfondare in ambito europeo, ma qualche eccezione c’è stata: il Marsiglia ha scelto Mizuno per la stagione 1995/1996, mentre la Fiorentina ha indossato il Runbird nella stagione 2001/2002, quella poi culminata con la tremenda combo retrocessione+fallimento. La bellezza iconica di quelle maglie, comunque, resta. Anche perché l’ha indossata anche un Imperatore.

In Giappone Mizuno si è sbizzarrita decisamente di più: ha spopolato negli anni novanta, dando sfogo a tutta la sua anima hipster e coloratissima. Alcune maglie sono davvero particolari, come quelle speciali per il 25° anniversario del Nagoya Grampus: hanno lo stesso design di quelle del 1993, sembrano uno zaino della Seven catapultato nel 2018, o la carta di un cono gelato Sammontana. Meravigliose:

 

In Italia, nel turbinio degli sponsor tecnici, l’unica squadra ad aver scelto la Mizuno in questa stagione è stato il Cesena, che attualmente milita in Serie D: “Abbiamo subito pensato che questa partnership potesse essere il giusto volano per rientrare nel mondo del calcio, sia con l’abbigliamento tecnico che con le calzature, e tornare ad affermare la nostra presenza sul mercato come brand di qualità”, ha detto Eugenio Ceravolo, Teamwear and Team Sports Promotion Manager di Mizuno Italia. Le due società hanno siglato un accordo triennale, e la Mizuno si occuperà dell’abbigliamento del Cesena a tutto tondo, dalle maglie ufficiali a quelle di allenamento, passando anche per il settore giovanile. 

Tra l’altro, il prossimo acquisto del Cesena potrebbe essere Andrés Iniesta. Momento: cosa c’entra Iniesta col Cesena? Al momento niente, ma il mercato di gennaio non è poi così lontano, in fondo. E durante un allenamento con il Vissel Kobe, in Giappone, Don Andrés è stato pizzicato con un paio di Mizuno ai piedi, nonostante il suo legame con la Nike. Secondo alcuni, quelle indossate da Iniesta sarebbero delle Mizuno Morelia Neo II.

 

Una delle scarpe più leggere in assoluto, appena 180 grammi di peso, la solita comodità delle Morelia e della pelle di canguro. Difficile dire se Iniesta sia sul punto di lasciare la Nike per sposare la causa Mizuno. È solo un allenamento, in fondo, ma una cosa appare evidente: quando un giocatore ha la possibilità di scegliere, sceglie Mizuno. Ah, nota finale: qualche tempo fa, un certo Fernando Torres è sceso in campo con il Sagan Tosu indossando Mizuno (anche in questo caso, modello Morelia Neo II, però bianco), abbandonando Adidas dopo 5 anni di sponsorship.

Da una piccola fabbrica di Osaka a Fernando Torres: una connessione lunghissima, una traiettoria durata più di cento anni e racchiusa nel ritaglio di un quadro. Il Runbird ai piedi di un campione, di una stella. Mizuno è partita dal basso, ha guardato pianeti lontani e li ha raggiunti, ritagliandosi il suo spazio nella galassia dei marchi sportivi.