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Mesut Özil spiega il razzismo

"Sono tedesco quando vinciamo e un immigrato quando perdiamo"

Mesut Özil spiega il razzismo Sono tedesco quando vinciamo e un immigrato quando perdiamo

A 29 anni - dopo 92 presenze e 23 reti più un Mondiale ed un Europeo vinto - Mesut Özil ha deciso di lasciare la nazionale tedesca di calcio. Il pessimo Mondiale giocato dalla Germania ha poco a che fare con il ritiro internazionale di uno dei giocatori più talentuosi della sua generazione: in una lunga lettera in tre parti sul suo profilo twitter Özil ha spiegato che lascia nazionale per un "senso di razzismo e mancanza di rispetto".
La lettera di Özil è un diretto attacco alla federazione ed ai media tedeschi, ma soprattuto ripropone il problema del razzismo nel calcio e nella società tedesca. La parole di Ozil riaprono involontariamente anche un altro dibattito, quello sulle nazionali multietniche e su quanto questo tema sia influenzato dalle performance sportive di una squadra: la Francia nel 2018 e la stessa Germania nel 2014.

 

L'inizio del caso Özil

La vicenda risale a prima del Mondiale, quando Özil e İlkay Gündoğan incontrarono il 15 maggio a Londra in un meeting formale il controverso presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, ne uscì una foto che fece il giro dei social network e delle prime pagine dei giornali tedeschi. Mesut Özil è nato Gelsenkirchen - nella regione della Vestfalia, vicino a Düsseldorf - da genitori di turchi e musulmani. Non ha mai nascosto l'attacamento alle sue origini familiari: nel 2009 quando scelse di giocare per la nazionale tedesca, disse che una decisione sofferta e ponderata. 

Dopo l'incontro con Erdoğan, Gündoğan si scusò pubblicamente, mentre Özil rimase in silenzio fino alla lettera di ieri. Un'informazione di contesto necessaria riguarda la politica turca e di Erdoğan: il 24 giugno si sono tenute le elezioni stravinte dal presidente uscente, che negli ultimi quattro anni ha preso una svolta autoritaria avvicinandosi alle politiche islamiste, il risultato è una situazione interna alla Turchia vicina alla dittatura e a livello internazionale un aperto scontro con l'Unione Europea riguardo il tema dei migranti e della guerra in Siria.
Nella parte I, della sua lettera Özil affronta proprio il tema dell'incontro con il presidente turco:

Come molte altre persone, le mie origini risalgono a più di un Paese. Sono cresciuto in Germania, ma la storia della mia famiglia inizia dalla Turchia. Ho due cuori, uno tedesco e uno turco. Durante la mia infanzia, mia madre mi ha insegnato che devo sempre essere rispettoso e non dimenticare da dove sono venuto. Valori in cui credo ancora oggi. Sono consapevole - ha aggiunto Özil - che la nostra fotografia ha ricevuto un forte riscontro nei media nazionali: sebbene alcune persone mi hanno accusato di essere bugiardo o ingannevole, quell’immagine non contiene nessun messaggio politico, ma era solo un segnale di rispetto alla più alta carica del Paese della mia famiglia: con lui abbiamo parlato solo di calcio, visto che da ragazzo è stato un calciatore anche lui. Non incontrarlo - ha specificato - sarebbe stata una mancanza di rispetto verso i miei antenati

 

Fare i nomi

Nella seconda e terza parte della lettera (pubblciata 8 ore dopo la prima), Özil si scaglia con violenza contro Reinhard Grindel - presidente della Deutscher Fußball-Bund, la federazione calcistica tedesca – accusandolo di aver strumentalizzato l'episodio di Erdogan ed averlo mischiato con le prestazioni della nazionale. Nella lettera, Özil fa anche altri nomi che secondo lui hanno alimentato un clima di razzismo intorno alla nazionale.

Recentemente, ha pubblicamente detto che io dovrei spiegare le mie azioni ancora, e mi ha incolpato per i risultati, scarsi, in Russia, nonostante mi avesse detto a Berlino che fosse tutto a posto. Non ho più intenzione di fungere da capro espiatorio per la sua incompetenza e la sua incapacità di fare bene il proprio lavoro. [...] Bernd Holzhauer, un politico tedesco, mi ha insultato per quella foto e per le mie origini. Werner Steer, amministratore delegato del teatro tedesco di Monaco, mi ha detto di andare in Anatolia, terra di immigrati. Loro non sono meglio del tifoso che, dopo Svezia-Germania, mi ha dato del maiale turco.

 

Il razzismo e il mito delle Nazionali multietniche

Mesut Özil ha spesso subito molte critiche per la sua attitudine in campo, considerata flemmatica e poco cattiva. Spesso queste critiche avevano una connotazione razziale essendo Özil - turco e musulmano - cosa che invece non è mai accaduta con altri giocatori tedeschi con doppia nazionalità come Podolski o Miroslav Klose. Il caso di Özil ricorda molto quello di un altro giocatore di enorme talento che non gioca più nella sua Nazionale sempre perché si sente discriminato: Karim Benzema. Le sue origini algerine e la sua fede musulmana erano l'elefante nella stanza quando l'attaccante del Real veniva criticato per le sue scarse prestazioni e per il caso del sextape con Valbuena, dal quale Benzema è stato assolto in via definitiva dopo quattro anni. Anche lui disse una frase molto simile a quella di Ozil "Quando segno sono francese, quando sbaglio sono l'Arabo".

Eppure in Francia il dibattito sulla nazionale multietnica ha una connotazione tutt'altro che negativa: la vittoria del Mondiale ha spinto tutti a celebrare la diversità etnica dei giocatori, proprio come era avvenuto nel 2014 in Germania. Il documentario Les Bleus esplora in profondità questo tema, cioè come la politica ha usato la Nazionale a seconda della stagione politica e sportiva, il mito della Francia multietnica esiste quando si vince mentre si sgretola quando si perde, facendo riemergere chiaramente il razzismo latente. Mesut Özil con la frase "Sono tedesco quando vinciamo e un immigrato quando perdiamo" esprime un concetto trasversale che tutti i giocatori che hanno sofferto di razzismo per le proprie origini: da Balotelli fino a Thuram, passando per Henry, Boateng e Benzema.