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Il mito di Barbie

Storia della bambola nata per insegnare alla bambine ad essere “qualsiasi cosa volessero”

Il mito di Barbie Storia della bambola nata per insegnare alla bambine ad essere “qualsiasi cosa volessero”

Tutti ne abbiamo avuta almeno una. Abbiamo trascorso i pomeriggi a cambiarle gli abiti, a fingere che fosse una principessa o una spia segreta, le abbiamo pettinato i lunghi capelli, disegnato i tatuaggi con una penna bic o, presi da un raptus infantile le abbiamo decapito la testa. Lei, imperterrita anche davanti al più monello dei ragazzini, è sopravvissuta. Ora che compie 60 anni, Barbie, nata a fine anni ’50 dalla mente di Ruth Handler come simbolo di rivendicazione dell'empowerment femminile, dopo aver messo piede sulla Luna e fatto centinaia di altre carriere, tra momenti di grade successo e aspre critiche, è diventata una social influencer pronta a ricordare alle ragazze che possono diventare tutto ciò che vogliono. Oggi, come allora. Mentre aspettiamo di vederla conquistare anche il mondo del cinema con il film live action in lavorazione in cui verrà interpretata da Margot Robbie, la celebriamo ripercorrendo la sua storia.

 

E Ruth creò Barbie 

Fine anni ’50. Stati Uniti. A Willow, nel Wisconsin, Ruth Handler osserva la figlia Barbara giocare e, notando quanto si diverta a far interpretare alle sue bambole di carta ruoli da adulte, rendendole protagoniste di piccole scene di vita quotidiana, ha un’illuminazione: creare una bambola che assomigli a una vera donna. Fino ad allora, sul mercato americano non era esistito nulla del genere e, se i maschi tra macchinine, pupazzi e palloni hanno una varietà di opzioni e ruoli in cui calarsi, l’unica scelta a disposizione per le femmine sono bambolotti in fasce a cui fare da mamma. Durante un viaggio di famiglia in Svizzera arriva l’ispirazione definitiva da Bild Lilli, versione “action figure” del personaggio di fumetti pubblicati dal quotidiano tedesco Bild Zeitung.

Così Ruth, sostenuta dal marito Elliot, co-fondatore della casa di giocattoli Mattel, inizia a lavorare al progetto. Acquistati brevetto e relativi diritti della bambola teutonica, la rielabora e invia in Giappone per la produzione.

 

Il risultato è Barbara Millicent Roberts, meglio conosciuta come Barbie, un bambola in vinile alta 29,2 centimetri per 205,2 grammi di peso con il corpo di un’adulta e il make up ispirato al famoso scatto di Erwin Blumenfeld cover del numero di Vogue del 1° gennaio 1950.

“Ogni ragazza ha bisogno di una bambola attraverso la quale proiettare la sua visione del futuro e per vedersi a 16 o 17 anni è stupido pensare che possa farlo con un bambolotto “piatto”: per questo ho dato a Barbie quel bel seno.”

Spiegherà la stessa Handler nel 1977 al New York Times. Barbie può acconciare i capelli a coda di cavallo, indossare costume da bagno zebrato, sandali, occhiali da sole, orecchini e, dal 9 marzo 1959, è pronta a debuttare alla Fiera del giocattolo di New York. La reazione degli addetti ai lavori è tiepida e molti venditori, dubitando della reale attrattiva del nuovo giocattolo per ragazzine o genitori, si rifiutano di venderla. La soluzione della Mattel è brillante: rivolgersi direttamente ai bambini, usando la televisione, in particolare uno spazio pubblicitario all’interno di The Mickey Mouse Club.

La decisione si rivela un successo. Solo nel primo anno la bambola, disponibile anche bionda (la versione da sempre preferita, come conferma il fatto che la Barbie più venduta al mondo sia la Totally Hair Barbie, coi capelli lunghi fino ai piedi, realizzata nel 1992) vende 350mila esemplari e agli inizi degli anni '60 i ricavi delle vendite si aggirano intorno ai 2 milioni di dollari.

 

Una, nessuna, centomila

Nata con lo scopo di “mostrare alle bambine che sarebbero potute diventare chiunque desiderassero”, pensata come un oggetto su cui proiettare le loro stesse future e arrivata, con un piglio rivoluzionario, per spiegare che essere una donna adulta non significa solo fare la madre, Barbie comincia presto a lavorare. Dalla carriera iniziale di modella passa a quella di insegnante, infermiera, ballerina, assistente di volo. Nel 1965 passa le serate a fare pigiama party con le amiche nel suo impeccabile Slumber Party set che al suo interno contiene anche una bilancia con il valore fisso a 50 kg e un piccolo libricino di consigli “don’t eat” su come perdere peso (il gadget più controverso e criticato di sempre).

Un passo falso rimediato lo stesso anno quando, mentre gli Stati Uniti e la Russia erano in piena corsa per la conquista dello spazio, Barbie fa il suo ufficiale debutto sulla luna, anticipando Neil Armstrong e la storia. Arrivano i difficili seventies e come l’economia, anche Barbie affronta la sua prima crisi, superata abbassando i costi e adottando strategie di fidelizzazione usufruendo di espedienti come i club o la posta personalizzata. Superato il periodo della contestazione giovanile e le critiche delle femministe che vedono in lei il prototipo della donna oggetto, la creatura di Ruth Handler è pronta ad affrontare disco-music, aerobica, alternando le professioni di chirurgo, rock star, manager in tailleur con le spalle imbottite, perfetta promotrice della democrazia fra i sessi nel mondo del lavoro. Indipendente ed eclettica, nel 1989 diventa ambasciatrice dell'UNICEF, nel ’92 debutta nel mondo del rap e, contemporaneamente, si candita come presidente degli Stati Uniti, prima di dedicarsi allo sport diventando giocatrice della Major League di Baseball.

Nei suoi sessant’anni di vita Barbie ha collezionato centinaia di professioni, ma anche qualche lifting: lo sguardo da obliquo è passato a frontale, il seno si è ridotto, il busto si è sollevato leggermente. Nel 1992 ha iniziato a parlare, pronunciando l’infausta frase “la matematica è difficile” e scatenando le ire di molte donne. Senza marito o figli, come sottolinea Lenore Wright, docente di filosofia della Baylor University:

"il portfolio di Barbie riflette il suo successo finanziario, l'indipendenza e la ricchezza materiale: una casa dei sogni, una cabriolet, una piscina, un camper, una Jacuzzi, un guardaroba couture, un cavallo, un cane e così via”.

Migliaia sono infatti le proprietà, gli abiti e gli accessori accumulati dalla ragazza di plastica nella sua vita.

 

Da giocattolo ad icona controversa

Amica fedele di ogni bambina, la ragazza di vinile è diventata presto una vera e propria icona, eletta tale dal re della pop art Andy Warhol in Portrait of Billy Boy as Barbie, o molto più recentemente da Vogue Italia che le ha dedicato un famoso servizio fotografo di Giampaolo Sgura, ma anche dai tanti stilisti, da Karl Lagerfeld a Giorgio Armani, che hanno fatto a gara per vestirla disegnando collezioni a lei ispirate (Moschino SS15). Per le celebrities avere la propria versione Barbie (Twiggy è stata la prima nel 1967 e Gigi Hadid una delle ultime) era ed è ancora un traguardo, sintomo di una popolarità raggiunta e consolidata come confermano Beyoncè e Kylie Jenner che negli ultimi Halloween hanno scelto di trasformarsi nella bambola più nota della Mattel.

Il successo del giocattolo inventato da Ruth Handler è stellare, ma certo non privo di ombre. Con il tempo e nonostante le radici legate all'empowerment femminile, il termine Barbie è diventato sinonimo dell’immagine stereotipica, probabilmente veicolata dal celebre modello Barbie Malibu del 1971, della bionda californiana frivola, svampita e vestita rosa. La stessa raccontata nella hit anni ’90 degli Aqua Barbie Girl.

 

La critica più frequente mossa contro la bambola è di promuovere un livello di perfezione e magrezza irraggiungibile e anatomicamente poco realistica, rea di alimentare un senso di frustrazione e, nei casi peggiori, un complesso di inferiorità nelle bambine. Nel 1995 l’International Journal of Eating Disorders ha calcolato che nel mondo reale Barbie sarebbe una persona alta 1 metro e 75 con 99 cm di seno, 53 di giro vita e 83 di fianchi. Altri studi sostengono che sarebbe troppo magra per avere un regolare ciclo mestruale e che le sue gambe, più lunghe del 50% rispetto alle braccia, ne impedirebbero la normale deambulazione costringendola quasi a gattonare.

Sempre nei nineties, Erica Rand, autrice del saggio Barbie’s Queer Accessories, ha puntato il dito contro la Mattel per non aver proposto modelli che rappresentino la diversità etnica delle donne del mondo. Liquidando i tentativi fatti fino ad allora con queste parole:

 “cambiare semplicemente il colore della pelle della Barbie bianca senza cambiarne il corpo e i connotati equivale a dire che la ‘vera’ Barbie è quella bianca”.

Arrivata al nuovo millennio l’azienda statunitense ha provato a porre rimedio a queste sue mancanze con il Project Dawn e la linea Fashionistas. La prima Barbie è stata proposta in sette tonalità di pelle, 24 pettinature diverse, 22 tipologie di colore degli occhi; mentre la seconda ha introdotto tre nuove silhouette: curvy, alta e petite. Sempre più body positive ed inclusiva, la Mattel ha da poco aggiunto alle tante Barbie anche alcune affette da disabilità. Per offrire alle bambine modelli di riferimento positivi, la bambola ha preso le sembianze di alcune inspiring women come la pittrice Frida Kahlo, la modella plus-size Ashley Graham, la ballerina Misty Copeland, la modella britannica Adwoa Aboah, la scienziata della NASA Eleni Antoniadou, la regista Ava DuVernay o la giocatrice di calcio della Juventus Sara Gama.

 

Barbie influencer

Alla soglia dei sessant’anni Barbie ha dovuto fare i conti con il mondo digitale, imparando il linguaggio dei social media e sgomitando tra fashion blogger ed influencer per reclamare il suo status di icona mondiale. La bambola creata da Ruth Handler come atto rivoluzionario, unica adulta in mondo fatto di neonati, ha capito presto che per continuare a mantenere il successo bisogna adattarsi, rimanendo al passo coi tempi. E così ha fatto. Ha imparato a farsi i selfie ed a sfruttare passione per la moda e senso dello stile, raccontando cosa succede nella sua vita agli oltre 2 milioni di follower del suo account Instagram ufficiale @BarbieStyle. L’ennesimo esempio di come Barbie sia una self-made woman (seppur di plastica) in grado di superare qualsiasi sfida.