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AFROPUNK - Attraverso gli occhi di una afro-italiana

Reportage by Sarah Von H.

AFROPUNK - Attraverso gli occhi di una afro-italiana
Reportage by Sarah Von H.
AFROPUNK - Attraverso gli occhi di una afro-italiana Reportage by Sarah Von H.

Ritmi che incontrano corpi posseduti dal potere della musica.

Vibrazioni polverose ti scorrono nell’anima scossa dai colori di un nuovo, luminoso futuro. Colori di speranza, i colori di Brooklyn: benvenuti all’Afropunk Fest 2016.

Situato nella zona di Fort Green, nel centro di Brooklyn, il Commodore John Barry Park è una distesa di 10 acri che nel quartiere detiene il titolo di “parco più antico”.

Avevo bisogno di provare qualcosa di simile almeno una volta nella vita. Essendo una ragazza di colore nata e cresciuta in un Paese come l’Italia, non ho mai avuto davvero la possibilità di sperimentare qualcosa di prettamente "black" come Afropunk. Alcune persone lo chiamano il “Coachella delle persone di colore”, ma personalmente non amo paragonare qualcosa di così incredibilmente legato alla lotta quotidiana della comunità nera con qualcosa creato dai bianchi. Diciamo solo che abbiamo il nostro festival e il nostro spazio, senza necessariamente confrontarlo con qualcosa che esiste già. È il momento di essere noi stessi.

Ho sognato per tutta la vita qualcosa di simile. Provenendo da un background punk-rock mi sono sempre sentita un’estranea o una cosiddetta "oreo" rispetto alle altre persone, solo perché amavo un genere di musica che non era prevalentemente rappresentato da neri. La verità è che faceva tutto parte di un grave errore della società e degli stereotipi sulle persone ed i generi musicali.

Mi sono sempre detta che c'era qualcosa che rappresentava anche me. Ho sempre fatto affidamento su gruppi come Bad Brains e molte altre band ska nate in Inghilterra negli anni '70 e '80, per ricordare a me stessa che non ero sola in tutto questo, che dovevo continuare a credere in questo lato alternativo di me, e negli ultimi anni la scoperta di band come Death (da non perdere il documentario “A Band Called Death”) ha totalmente confermato la mia idea di diversità e possibilità in un mondo dove il punk è rappresentato soltanto da gente bianca.

La mia intera adolescenza era un mistero per le altre persone, scandalizzate anche solo nel vedere una persona di colore con una cresta ad un concerto dei Misfits. Dopo più di dieci anni in cui ho affrontato questa lotta da sola, come una macchia nera su un foglio bianco, mi sono trovata in un luogo come l’America, un posto pieno di sogni e speranze, ma anche un posto fondato sulla schiavitù e sull’odio. Un luogo di contraddizioni, una menzogna, un posto violento dove per la prima volta in assoluto ho sentito degli spari, ma anche il paese in cui per la prima volta mi sono sentita a casa per il fatto di non sentirmi “l’unica”.

Vorrei davvero che la maggioranza degli americani neri riconoscesse la grandezza ed il lato positivo di non vivere in un luogo che fin dal primo giorno in cui sei nato ti nega la possibilità di essere qualcuno. Con ‘essere qualcuno’ intendo qualunque piccola cosa potresti finire col fare nella vita: il dottore, l’avvocato, l’attrice o semplicemente il tassista.

È così che è sempre stato. Ho rinunciato a così tante cose quando ero molto piccola solo perché sapevo che non c’era un posto per me in Italia. E non sapevo neanche da dove iniziare a combattere perché ero da sola. Anche se questo potrebbe essere stato un mio errore all’inizio, non ho mai rinunciato davvero a crescere, perché se l’avessi fatto non sarei qui a scrivere per voi, non avrei avuto una voce ed una piattaforma. Ho assorbito tutta la negatività e la rabbia che l’Italia mi ha trasmesso e l’ho trasformata nella mia forza ed abilità, diventando musicista, DJ, scrittrice, music manager e una futura studentessa di legge per il business della musica e delle arti.

So che questa è soltanto la mia storia, ma non potevo scrivere qualcosa riguardo a questo festival senza parlare anche di me stessa. Molti di voi magari non collegheranno e molti altri probabilmente sì. Vedete, qualcosa come Afropunk non esisterebbe senza la forza e l’energia positiva di quelle poche persone come me, come voi, che hanno creduto nell’uguaglianza, che hanno creduto che qualunque tipo di musica possa appartenere a chiunque, perché la musica è la musica.

Camminare e girare fra più di 60.000 persone che si trasmettevano amore e energia positiva per due giorni mi ha dato i brividi. Ad un certo punto ho guardato il cielo rivolgendomi a mia nonna defunta e le ho detto “Hey, sono qui, tutto questo è reale e non sono più sola, sono felice adesso e proseguirò nella mia missione”.

È stata una strada lunga e tortuosa per la mia famiglia, dai miei antenati del Mali fino a quando si sono spostati sulla Costa d’Avorio, fino a me, nata in Italia e adesso trapiantata a New York. Non sono arrivata fin qui senza un motivo, ho sempre sentito i miei antenati ‘spingermi’ verso qualcosa di grande, dicendomi di non smettere di credere perché se lo fai rischi di perdere te stesso.

Qual è la mia missione? La mia missione è quella di portare questo amore e questa diversità nella mia vera casa, il posto dove trovo me stessa e il posto che mi ha resto quella che sono, l’Italia. La mia missione è quella di tornare un giorno, il prima possibile, e creare qualcosa in grado di unire tutte le differenti, meravigliose culture che l’Italia ha da offrire. Non voglio che amiate le persone nere solo per la loro musica, voglio che l’amiate per le sue radici, voglio che la apprezziate anche fuori da quel club hip hop. Voglio che l'amiate, sempre.

Voglio ringraziare Afropunk per per avermi fatto sentire così sicura in uno spazio così grande e voglio ringraziare l’America per essere il posto che mi ha aiutato a credere che posso fare tutto quello che voglio, nonostante l’odio e l’ignoranza che circonda la superficie terrestre.

La musica è la chiave per l’amore. Il potere delle note è la cosa più magica che sia mai stata creata su questo pianeta, è inspiegabile, non ha colore né genere, ed è meglio così.

Grazie alle band e agli artisti che amo che hanno partecipato ad Afropunk quest’anno: Trash Talk, Bad Brains, The Internet, Kelela, Fishbone, Flying Lotus, Laura Mvula, Skunk Anansie, Skye from Morcheeba, Janelle Monae, Tyler The Creator e molti altri.

E grazie a tutti gli artisti neri e non che ogni giorno hanno creato musica vera e creduto nel suo potere magico e curativo. Non smettete mai di fare quello che state facendo, l’unica speranza siete voi.

Ci vediamo l’anno prossimo!