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Cosa ne sarà della musica dal vivo in Italia?

Tra false partenze, locali che chiudono e altri paesi che hanno già risolto il problema

Cosa ne sarà della musica dal vivo in Italia? Tra false partenze, locali che chiudono e altri paesi che hanno già risolto il problema

Abbiamo trascorso un’estate con sotto gli occhi video di amici, following e colleghi che all’estero ballavano, sudavano, si divertivano a concerti e festival senza mascherine, sedie e distanziamento. L’abbiamo visto ma non l’abbiamo vissuto, perché in Italia da oltre 18 mesi il mondo della cultura e dell’intrattenimento musicale è fermo, o meglio, seduto. Da lunedì 11 ottobre è in vigore un nuovo DPCM per l’industria in vista dell’autunno, ma, a più di una settimana di distanza, l’attesissimo testo di Palazzo Chigi che doveva finalmente rappresentare la luce in fondo al tunnel per gestori, direttori artistici e artisti sembra però aver lasciato più perplessità che certezze.
 

Gianluca Gozzi, fondatore del Circolo della Musica di Rivoli, Torino, e deus ex machina del ToDays Festival, reputa il DPCM “confuso, vergognoso e umiliante verso l’intero settore dopo due anni in cui è stato fermo.” “Non nascondo che siamo ancora distanti da una serenità professionale che normalizzi la situazione” fa eco Albert Hofer, uno dei due soci fondatori della milanese Le Cannibale.  Una confusione a cui si aggiungono perplessità sulle motivazioni che hanno spinto a concedere il ballo in piedi solo nei club, lasciando nebulosa la posizione sulle sedute ai concerti. 

Giancarlino, DJ e fondatore dello storico club romano Goa aggiunge: “Per i club grandi, questo ultimo decreto può dare un po’ di speranza, ma per i club medio-piccoli, una riapertura al 50% diventa insostenibile, poiché le spese e i costi sono troppo alti rispetto alle ipotetiche entrate.”  Una posizione condivisa da Gozzi che fa notare come la spina dorsale della musica dal vivo in Italia sia fatta di circoli medio-piccoli - omologati per ospitare un pubblico in piedi - e non esclusivamente di palazzetti e teatri.

Inoltre, la regola secondo cui la capienza dei concerti al chiuso deve essere dimezzata dal 100% al 50% in caso di passaggio, anche repentino, di una regione da zona bianca a gialla sembra tutelare poco sia gli organizzatori di concerti sia gli artisti ed il pubblico pagante. Secondo Gozzi “un'ulteriore prova di non conoscenza del settore da parte di chi pretende di normare”. Ci sarà chi cancellerà, chi rimborserà e chi no, aumentando la confusione e minando la riconoscibilità del settore.

Secondo Gozzi, i problemi del DPCM hanno però radici profonde, precedenti alla pandemia: in un paese in cui la cultura rappresenta meno dell’1% del PIL, il DPCM mette in luce tutte le contraddizioni di una concezione antiquata e stagnante della musica dal vivo, tra luoghi di intrattenimento alto (teatri) e basso (circoli, club, balere) e soprattutto un profonda distanza tra politica dal settore e cultura in evoluzione. 

L’unico messaggio chiaro arrivato da Palazzo Chigi al mondo dello spettacolo in questi mesi è stato quello di totale disinteresse, figlio anche di una rappresentanza sindacale frammentaria che fatica a mediare tra posizioni agli antipodi, come per esempio quelle di una popstar da palazzetto e quelle di una band emergente o di una DJ underground.  Di conseguenza agli organizzatori di eventi non è rimasto che reinventarsi. Il fondatore del Goa vorrebbe dare spazio alle realtà locali: musica a km0, offrire al pubblico un intrattenimento di qualità prendendo i dj più bravi sul territorio romano.
C’è chi, invece, come Le Cannibale ha saputo, e dovuto, reinventarsi coinvolgendo l’ambito musicale della propria realtà artistica, come la rassegna di musica elettronica e videoarte alla Triennale o il  progetto al Planetario Hoepli.

Altre realtà si sono cimentate in un’impresa ancora più ardua: creare un nuovo intrattenimento per le new waves della generazione Z. È stato il caso di Ecosistemi Festival, il festival di hyperpop tenutosi a settembre nel Vesuvio Eco Camping con l’idea era di portare dal vivo le nuove sonorità emerse durante la pandemia, quindi non solo l’hyperpop ma anche l’elettronica che gravita attorno, come Arssalendo e Thru Collected.

Le lacune legislative possono, inoltre, avere più ampie ripercussioni sociali e generazionali, anche nel caso di festival come il TODays che svolgono un servizio verso la comunità, portando la crema degli artisti stranieri in contesti difficili della periferia torinese, un'eccezione nell’estate italiana appena trascorsa. Lo stato di stallo dell’industria rischia di tarpare le ali sul nascere a scene emergenti e ad eventi fondati sull'avanguardia musicale e sul pubblico giovanissimo.

“La maggior parte degli artisti, essendo tutti 18enni e 20enni, hanno basato i loro rapporti musicale e sociali online, quindi il Festival è stato anche una possibilità per incontrarsi dal vivo, suonare e stare insieme. Un artista addirittura è arrivato dall’Iran per partecipare al Festival. La stessa partecipazione è prova del fatto che ora più che mai c’è bisogno del contatto dal vivo.”

Il DPCM che arriva in ritardo rispetto alle ripartenze del resto dell'Europa e non solo, dove, per di più, non sempre è richiesto l’uso del green pass, come in Inghilterra dove i festival sono ripartiti a pieno regime già dall’estate, lascia con l’amaro in bocca un settore già agonizzante. C’è da domandarsi, però, se la docilità con cui il settore si è arreso per quasi due anni alle imposizioni governative non sia anche una delle cause della poca attenzione dedicatagli da un governo che, d’altronde, definiva nelle parole del suo ex primo ministro gli artisti come coloro “che ci fanno ridere”.