Andrew Scott dà la sua miglior prova di carriera in "Elsinore" Il film di Simon Stone racconta la storia vera dell’attore Ian Charleson e della sua produzione di "Amleto"

Elsinore non è un film sulla malattia, Elsinore è un film sulla recitazione. È importante fare questa distinzione fin dall’inizio nella storia sull’attore realmente esistito Ian Charleson e gli ultimi mesi della sua vita a combattere contro l’Aids. L’opera di Simon Stone, il cui ultimo lavoro nel 2021 è stato l’originale Netflix La nave sepolta, decide di esaltare l’arte e la sublimazione che agisce tanto sulla vita quanto sulla morte, soprattutto quando riguarda opere imperiture e determinanti come l’Amleto di William Shakespeare. Il ruolo che la star di Momenti di gloria ricoprì dopo la fuga dal palco di Daniel Day-Lewis nel 1989 al National Theatre di Londra. 

Everest per qualsiasi attore, titolo imprescindibile che racchiude ogni aspetto della condizione umana, Amleto è un testo emblematico che unisce in sé ciò che lo sceneggiatore Stephen Beresford ha condensato nella storia di Elsinore. È insieme diktat per qualsiasi interprete in cui il protagonista insegna come eseguire le proprie performance in un monologo impeccabile sulla relazione tra il vero, la finzione e la verosimiglianza che c’è nel mezzo, ed espressione dell’esistenza delle persone. Il che, come dicono nel film, lo rende un’opera interpretabile solo da chi ha vissuto davvero. 

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The fight of his life. The triumph of a lifetime. Andrew Scott stars in ELSINORE, "a jaw-dropping cinematic achievement." Watch the trailer now. Only in theaters November.

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Una parte che nel percorso di Ian Charleson è arrivata al momento giusto, pur nella tragicità della sua situazione. A pensarci è stato un balsamo nel periodo peggiore che stava attraversando, vittima di un male che ha segnato una pagina dolorosa e allarmante soprattutto per la comunità queer degli anni Ottanta e Novanta, nonché scopo che l’attore si prefissò per dare senso al proprio passaggio sulla terra prima di doverla lasciare. Un obiettivo che ha qualcosa di intimo e animale, inspiegabile eppure comprensibilissimo. Sacrificare la propria salute per essere completamente tutt’uno col personaggio sul palcoscenico, preferendo morire per mano dell’Amleto che per mano dell’Aids. 

Nella commozione che Elsinore riesce a suscitare, mai ricattatoria e, anzi, profondamente ragionevole per il pubblico riguardo al bisogno del suo protagonista, il film tocca nervi scoperti delle persone che possono riconoscere nella necessità di Charleson il dare compimento alla propria passione con una pièce che, tra tutte quelle che siano mai state scritte, è la più vicina allo stato d’animo in cui versava.

Un testo che “parla dell’essere vivi e del cominciare a morire”, la soglia su cui si trova l’attore quando gli viene chiesto di sostituire il collega Day-Lewis, nonché parentesi esatta del proprio desiderio di ritornare alle radici del proprio amore per la performance e la trasformazione. In un film che è anche riflessione su come in un’epoca nemmeno troppo lontana la sua omosessualità fosse fonte di preoccupazioni lavorative, non dichiarata perché poteva mettere a rischio la propria carriera e circoscrivere i ruoli che gli avrebbero potuto offrire.

Un film che, velatamente ma nemmeno così tanto, è una critica ad un sistema che ha reso vergognoso qualcosa che vergognoso non lo è affatto, che racchiude in sé una moltitudine di sentimenti su cui, sopra a tutti, vige il fuoco del suo Ian Charleson e l’immagine che l’interprete Andrew Scott ne restituisce. Alla sua miglior prova in carriera, lui che di essere una delle più interessanti personalità in circolazione ne ha dato più di una volta esempio, l’attore irlandese si trasfigura incorporando il collega Charleson e facendolo apparire di fronte agli occhi degli spettatori. Ma cosa ha significato vivere se non lo si è fatto con passione? Una sincerità che traspare da ogni singola battuta, ogni gesto ed ogni sguardo lanciato da Andrew Scott, che di diritto si prospetta uno dei prossimi protagonisti della stagione dei premi. 

Insomma, è evidente che ci sia davvero qualcosa di salvifico nel testo di Shakespeare a cui aggrapparsi. In un luogo, come il teatro, che continua a contenere quanto più amore possibile. E in un cinema che, come con Elsinore, cerca di inglobarne e sintetizzarne l’essenza. 

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