
“Il rumore delle cose” di Paolo Genovese apre il Festival del Cinema di Roma 2026 L’opera, tratta dal romanzo omonimo di Genovese, è però il solito film drammatico italiano
Il cinema di Paolo Genovese è popolare, nel senso migliore del termine. Racconta storie comuni, crea personaggi in cui il pubblico può rivedersi o, meglio, idealizzarsi. Ha capito che la strategia dell’ensemble corale può mettere insieme tanti attori da attrarre quanti più spettatori insieme, ognuno spinto in sala per uno dei suoi preferiti. E che rimpiazzare il racconto di sentimenti è una maniera semplice ma efficace per raggiungere il cuore della gente. Conoscere i propri strumenti, però, non sempre significa ogni volta sapere come utilizzarli. Con Il rumore delle cose nuove, infatti, qualcosa è andato irrimediabilmente storto, con le soluzioni solite del regista e sceneggiatore italiano che però eccedono sfociando nel meno efficace dei drammi.
@01distribution Ci sono vite parallele. E vite che, prima o poi, si scontrano. #IlRumoredelleCoseNuove, il nuovo film di Paolo Genovese, Film D'Apertura del #Roff21 e dal 12 novembre al cinema. Con Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella, Edoardo Pesce e con la partecipazione di Claudio Santamaria Una produzione Lotus Production, una società Leone Film Group, con Rai Cinema in associazione con Vice Pictures. Opera realizzata con il contributo del Fondo per lo Sviluppo degli investimenti nel Cinema e nell’Audiovisivo. #cinematok #filmdavedere #trailerufficiale audio originale - 01 Distribution
L’opera, apertura della 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è basata sull’omonimo libro scritto dallo stesso Genovese, che lo adatta insieme a Ugor Artibani seguendo la storia di tre coppie che dovrebbero essere sconosciute tra di loro, ma che vedremo unite da un filo invisibile chiamato destino. Talmente invisibile che bisogna fare uno sforzo per credere a tutte le casualità e coincidenze che intrecciano le vicende dei personaggi. Un po’ condizionate dalle loro scelte, un po’ capitate per caso. Lo stesso a cui è però troppo facile affidare ogni svolta narrativa e combinazione del film, per un racconto che vuol far ragionare sulla potenza delle circostanze fortuite, arrivando al risultato opposto e facendo pensare più di una volta che non solo sembra tutto improbabile ma, nell’effettivo, è irreale.
La scrittura è il principale problema de Il rumore delle cose nuove, a cui è inevitabile che segui l’esecuzione discutibile da parte degli interpreti, visto il racconto e le battute che vengono loro affidati - il cast è formato da Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella e Edoardo Pesce. Tolte le frasi ad effetto, e l’enfasi con cui vengono sottolineate da attori e attrici, ben poco si riesce a stringere della riflessione sulla contingenza di una pellicola drammatica in cui ogni carattere vuole essere un archetipo portato talmente all’estremo da diventare cliché e che banalizza anche le questioni importanti che mette in campo. Su tutte la relazione abusante tra i personaggi di Fanelli e Pesce, al fianco di una rivisitazione in salsa italica del ben più avvolgente e frastornante Closer di Mike Nichols riprodotto infelicemente da Stefano Accorsi e Claudia Pandolfi.
A sostegno degli aforismi decantati dagli interpreti c’è la colonna sonora di Daprinski che è esattamente come si può immaginare viste le premesse del film: lamentosa, lacrimosa, che parte nel preciso momento in cui lo spettatore deve essere scosso, commosso o c’è bisogno che gli venga ricordato che quello che i personaggi stanno per dire è una cosa importante. Che il cinema si mascheri da vita vera per rimanere però sempre cinema è una prerogativa a cui questi lavori ambiscono, ma c’è da ricordare che la finzione è una materia delicata e che bisogna stare attenti affinché non diventi finta. Il rumore delle cose nuove, invece, finto lo sembra in ogni cosa: i collegamenti tra personaggi, l’intensità dei propri turbamenti, le performance dei suoi interpreti, e purtroppo anche le peggiori parrucche del cinema italiano recente.
Una sublimazione che nel film non avviene pur venendo cercata, che crede forse troppo in sé per mettersi in discussione, ma è esattamente nelle incertezze che si ritrova poi la verità e l’opera di Genovese, nonostante le professi, non sembra averne nessuna. Se tutto deve rompersi per andare avanti, come viene detto nel film, che Il rumore delle cose nuove sia per Paolo Genovese una frattura da cui ripartire. Per fare anche qualcosa di inedito, di diverso, di uscire dalla propria confort zone a cui l’autore italiano è ormai troppo ancorato e provare qualcosa che suoni, per l’appunto, nuovo.










































