
Ci abbiamo messo un po’ ma abbiamo visto "La valle dell’Eden" su Netflix Ci vuole del tempo per seguire la nuova serie Netflix tratta dal romanzo di John Steinbeck, ma ne vale la pena
C’è chi può pensare che riadattare La valle dell’Eden da parte di Zoe Kazan sia stata una scelta avventata. L’attrice, sceneggiatrice e regista è nientemeno che la nipote dell’Elia Kazan che nel 1955 aveva portato l’adattamento del romanzo di John Steinbeck sul grande schermo. Una pellicola passata alla storia anche per il debutto del suo protagonista, un giovanissimo James Dean, il quale da aspirante star passò a divo eterno anche grazie al lavoro svolto nella trasposizione del libro del ’52. Il confronto con il nonno era impossibile da evitare, ma la fascinazione che l’autrice aveva da sempre per la storia della famiglia Trask era talmente forte da mettere in secondo piano la pressione per l’inevitabile paragone e che l’ha portata a creare gli otto episodi della serie targata Netflix.
Ciò che per prima cosa ha fatto Zoe Kazan rispetto al nonno, vincitore di due premi Oscar per la miglior regia e detentore della statuetta onoraria nel 1999, è stato aggiungere lì dove la pellicola aveva reciso parte della storia originale. La versione della sceneggiatrice e co-showrunner insieme a Jeb Stuart è andata scavando per ritrovare le radici del tema profondo del testo di Steinbeck, in cui vigono i concetti di bene, male e ciò che potrebbe esserci nel mezzo. La dicotomia manichea de La valle dell’Eden è da sempre l’elemento più integerrimo e strettamente umano narrato da Steinbeck. Concetti su cui struggersi secondo i personaggi, i quali si sentono definiti da un retaggio che credono di portare dentro e che li determina in quanto creature su questa terra.
È nell’imprevista sfumatura tra opposti che si trova una risposta. Con il concetto del timshel spiegato nella serie, i protagonisti comprenderanno che, nonostante ciò che definiamo “la nostra natura”, sono le scelte che compiamo ciò che ci definisce, non chi crediamo di essere per infusione divina o per trasmissione genetica. È cosa decidiamo di dire, di fare e come ci comportiamo che plasma la nostra essenza, il nostro io interiore. Tormenti su cui James Dean si struggeva enormemente nel film e che rimangono centrali in uno show che torna più indietro per dare un quadro famigliare più ampio in cui incontrare il personaggio di Caleb, stavolta interpretato da Joseph Zada.
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Kazan si concentra sulla figura di Cathy, rendendola centrale lì dove il film l’aveva lasciata laterale, dando dignità al portato femminile e approfondendo una complessità che parte dalla donna per poi estendersi al destino dei suoi figli. Florence Pugh è meravigliosa, riesce a incanalare l’energia distruttiva di una persona diabolica la cui cicatrice, sul volto, è il marchio della corruzione della sua anima. Un’interpretazione che sostiene la scrittura di una personaggia che è possibile definire anche malvagia, ma di cui la narrazione vuole darti tutte le attenuanti per comprenderla. Condannarla, anche, con una minima parte dello spettatore che però finisce per poterla biasimare.
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E così La valle dell’Eden di Netflix fa qualcosa di grande. Si immerge maggiormente nel racconto di John Steinbeck, quando il film del 55 si era invece concentrato solo l’albero genealogico e le unioni tra protagonisti, pur segnando un certo passaggio di testimone dall'opera del nonno. In più, consente a Zoe Kazan di dedicarsi ad un adattamento che assorbe lo spessore della letteratura da cui la storia deriva e rende densa ogni puntata in piattaforma. Una serie per cui serve prendersi il proprio tempo, entrare in ogni episodio, sentire il peso che porta così che resti poi con lo spettatore dopo che è finito. Storie che penetrano sotto pelle come i bagagli emotivi di chi è venuto prima di noi, che ci hanno forgiato e influenzato, per poi ricordarci che siamo però solo noi a poter decidere chi siamo o chi vogliamo essere.