«Non sanno da dove vengo»

Sono delle anatre a scatenare il primo attacco di panico di Tony Soprano, una famiglia di anatre ad essere precisi, che dopo essersi posata sulla piscina della casa di famiglia nel New Jersey, vola via. È quello il trigger preciso e puntuale che consegna alla storia uno dei più strani, sanguinari e allo stesso tempo complessi mafiosi della storia. L’antieroe per eccellenza, il boss di una famiglia di mafiosi con la visione di un uomo bianco di circa 40 anni che si convince ad andare in terapia da una psicologa. Le anatre, che compariranno anche più avanti nella serie, rappresentano per Tony il senso di vuoto dato dall'imminente perdita della sua famiglia, che si sgretolerà dietro un peso morale impossibile da sostenere. Se David Chase con I Soprano era riuscito a creare la prima vera figura anti-eroica della tv americana, complessa e tormentata, seppur intrinsecamente malvagia, chissà cosa ne penserebbe della vita di Fabrizio Corona, il primo vero antieroe della cultura pop italiana. «Mi rivedo molto più in Tony Soprano o nell’Al Pacino del Padrino che in Scarface - a cui la gente vuole associarmi», ci ha detto quando lo abbiamo incontrato. «Tony Montana è un perdente, io credo di essere più come Tony Soprano, un antieroe».

Una storia, quella di Corona, che è stata raccontata in lungo e in largo. Per tantissimo tempo Corona è stato il nemico pubblico numero uno, ha subito un numero incredibile di processi, di condanne, di rinascite e di momenti che hanno, nel bene o nel male, segnato la storia di questo Paese. Ma proprio come I Soprano e tutti i mob-movie degli anni ‘90 hanno disegnato l’estetica precisa di un momento storico, edulcorando certamente la narrativa, ma con una precisione abbastanza meticolosa, la storia estetica di Fabrizio Corona è forse l’unico tassello che manca alla sua narrativa. Una storia che è stata quasi cancellata dalle azioni di Corona stesso, che in questa intervista non verranno commentate o analizzate. Ma è la storia della nascita stessa della “cultura del gossip”, dell'estetica delle celebrità catturate dai paparazzi che solo qualche stagione fa ha monopolizzato le campagne di moda di tutti i brand - Bottega Veneta in primis, anche se il più eclatante esempio è Balenciaga e il primissimo esperimento il celebre shooting di Vogue firmato da Steven Meisel nel 2005, all’apice della mania dei tabloid che in quegli anni mangiava sulle vicende di Britney Spears e vedeva l’ascesa di figure come quella di Perez Hilton. Era l’era del bling, dei celebrity outfit fatti in casa, delle celebrità popolari rappresentate in Italia dal binomio calciatori-e-veline con tutta la loro vistosità e ostentazione. E la storia di Corona inizia proprio nell’idea di moda mainstream, nei magazine cartacei e nelle campagne da milioni di euro (e prima ancora miliardi di lire). Una storia che, proprio come nel caso di Tony Soprano, ha a che fare in maniera evidente con la famiglia.

In quegli anni, per chi non ci ha vissuto, non si può capire che cos’era veramente la moda. I grandi fotografi scattavano le grandi campagne a Milano, i grandi giornali venivano a scattare a Milano, i grandi stilisti di tutto il mondo erano italiani. Milano era la capitale della moda. New York e Parigi erano indietro di anni, di generazioni

«C’è chi non conosce veramente la mia storia e la mia estrazione sociale. Gli unici sono quelli della moda veramente importante di Milano: ce ne sono ancora tanti in vita e sono stati intervistati per una cosa importante che sto facendo», racconta Corona. «Non sanno veramente da che estrazione sociale vengo. Perché io vengo da una famiglia borghese, ma soprattutto da un padre che è stato considerato il più grande genio del giornalismo italiano e della creatività», ci dice riferendosi a Vittorio Corona, peso massimo dell’editoria milanese e mente dietro un enorme numero di pubblicazioni che hanno popolato le edicole italiane per anni. «Mio padre comincia giovanissimo a fare il giornalista a La Sicilia, a Catania. Dopodiché si trasferisce a Milano e incomincia a lavorare a riviste che stranamente poi funzionano». Il primo ruolo importante è quello di caporedattore di Novella 2000, che «negli anni ‘70 non era un giornale di gossip, ma una rivista importantissima che parlava di cronaca. Ai tempi la cronaca rosa era molto importante: in quei tempi in cui non esisteva la televisione, i mezzi di comunicazione di massa o i social, erano i giornali più venduti. Due testate come Oggi e Novella 2000 erano le più importanti in Italia, non solo le più lette». Aveva praticamente un posto fisso quando incontrò Paolo Occhipinti, direttore editoriale di Rizzoli (oggi RCS Periodici) e venne «subito preso a lavorare», continua Corona parlando di suo padre. «In quegli anni, per chi non ci ha vissuto, non si può capire che cos'era veramente la moda», prosegue. «La moda era rappresentata da Milano che era la Caput Mundi. I grandi fotografi scattavano le grandi campagne a Milano, i grandi giornali venivano a scattare a Milano, i grandi stilisti di tutto il mondo erano italiani. Milano era la capitale della moda. New York e Parigi erano indietro di anni, di generazioni. Durante la settimana della moda arrivava tutto il mondo. E Milano era la città più importante di tutto quanto il mondo. E soprattutto l'Italia dettava legge nel campo della moda. Così mio padre cominciò a lavorare da Annabella», ci dice. E aggiunge che «Annabella ha avuto una trasformazione con la crisi dell'industria dei giornali clamorosa, perché poi Annabella è diventato solo “Anna”».

Per anni, Anna fu una rivista molto «ricercata», ma poi «con tutta la crisi dei giornali, come tutti i giornali femminili, è fallito ed è stato chiuso». Ad ogni modo, Corona Senior «comincia a fare questa carriera fino a quando la RAI non lo chiamò per lavorare a un giornale di moda». A quei tempi la RAI era un’entità molto più culturalmente rilevante e vicina al pubblico di quanto non sia oggi, nell’epoca dalle mille emittenti. «Ovviamente era giusto che facesse questo perché era di proprietà dello Stato e dunque se si occupavano di televisione serviva anche lavorare nel mercato della carta stampata. Ai tempi la moda era la cosa più importante che c'era e così lui venne chiamato», continua Corona. «Era giovanissimo e il giornale [che si chiamava Moda, mentre un secondo titolo di nome King uscì verso la fine degli anni ’80, ndr] che divenne il giornale più importante nel giro di cinque anni di tutto il mondo. Aprirono sedi a Los Angeles, a New York, a Tokio, a Parigi, a Barcellona. Aveva una redazione di corrispondenti in tutto il mondo. Era il potere della RAI, quindi un potere economico forte». Proprio il successo di quelle riviste portò Vittorio Corona a contatto con il mondo della televisione, facendone il protagonista di due rubriche settimanali per RaiDue: la prima di nome Moda, che andò in onda dal 1985 al 1988, e poi 1990 Mode tra ’89 e ’90.

Proprio in questa congiuntura fatidica, il figlio di Vittorio, Fabrizio, entrò per la prima volta a contatto con la moda – un mondo con cui però, in effetti, il pubblico di oggi non lo associa istintivamente. E questo è il punto. C’è un Fabrizio Corona che tutti credono di conoscere, quello che ha monopolizzato per anni il discorso pubblico, quello della galera, di Lele Mora e di Nina Moric, ma anche quello di Belen Rodriguez e di Francesco Coco. Un personaggio in grado di orientare e dominare l’opinione pubblica, ma anche l’estetica di un intero Paese. E tutto iniziò con il momento in cui il giovane Fabrizio Corona conobbe la moda a 14 anni, scoprì di essere dotato di una non comune bellezza fisica e iniziò a lavorare come modello negli Stati Uniti. «Lavoravo con l'agenzia più importante di Miami, Boss, giravo e lavoravo molto però ero completamente fuori di testa. Ero finito in un giro allucinante. Oggi parlano tanto delle feste di Diddy, di tutta quella roba lì. Io quando avevo 19 anni andavo alle feste a casa di Gianni Versace, a Miami, in quella villa dove è stato ammazzato. E credo che in confronto alle feste di Diddy non fossero niente. Cioè tu vedevi quintali di gente, quintali di cocaina, di qualsiasi tipo di droga, di eroina, ragazzine e ragazzini e gente che scopava gente, che pippava. C'era l'alienazione e la dannazione, entravi a contatto con dei mondi che veramente ti facevano perdere la testa. Io poi mi sono fidanzato con una ragazza colombiana, facevo spola con la Colombia, non dormivamo per giorni consecutivi, ero entrato nel giro. Poi conobbi una ragazza stupenda, una top model olandese, un angelo che veniva là a lavorare. Ci innamorammo e lei mi disse di voler interrompere quella vita e tornare a lavorare a Milano – così tornammo», racconta Corona. «E allora io mi dissi che era giunta l'ora di cambiare. Chiamo mio padre, che mi prende a lavorare con lui. E quindi incomincio per la prima volta il mio lavoro, che è quello che faccio anche oggi ed è quello che ho imparato, tenendo conto che anche durante il liceo io il pomeriggio andavo a lavorare in un'agenzia giornalistica facendo l'archivista di diapositive perché ancora non c'era il digitale».

Nella vita di Fabrizio Corona c’è un prima e un dopo abbastanza evidente. Lo spartiacque è la nascita di Corona’s, inizialmente una casa di produzione e poi, in brevissimo, un’agenzia per paparazzi. «L'intento era quella di creare un'agenzia di produzione fotografica. Abbiamo cominciato dalla parte bella, io facevo reportage sulla moda e ho anche cominciato a fare tantissime produzioni di moda. Ad esempio, scattai la prima copertina di Barbara Berlusconi quando aveva 18 anni», ricorda Corona. Con il suo primo progetto, il gusto estetico di Corona iniziò a palesarsi in maniera evidente: il logo dell’agenzia era un ibrido tra la grafica de I Soprano e l’insegna del Badabim, lo strip club che Tony Soprano gestisce nella serie. E anche lo stile del merchandising ripercorre abbastanza pedissequamente quello della serie: «Il look dei Sopranos è il look della mafia, è il look del Padrino, però riportato a moda», ci spiega Corona descrivendocelo. «Tanti stilisti hanno combinato canottiere, camicie di seta con le maniche corte e collana d'oro, pantalone – era un look devastante». È anche nella fascinazione per quell’estetica che ritornano le origini di Fabrizio Corona, che sebbene venga spesso idealizzato come icona delle notti milanesi, nasce e cresce a Catania, e in Sicilia sviluppa il suo senso estetico generale: «Vero, sono tornato spesso a Milano. Ma per tutto il liceo, fino ai 17 anni, il primo di giugno appena finiva la scuola andavo a Catania e ci rimanevo fino al 30 settembre. In quei quattro mesi all’anno che passavo là era la città più bella sulla faccia della terra. Quelli erano i periodi più belli della mia vita».

Ma è a Milano che Corona avrebbe affinato il suo gusto e toccato con mano la bella vita, i vestiti, il lusso – e tutto iniziò da un piccolo negozio in Corso Buenos Aires: «Quando ero piccolo e avevo guadagnato i primi soli e quando incominciai ad andare da Lele Mora, spendevo tutto andando in corso Buenos Aires in un negozietto del cazzo, due metri appena, dove c'era un ragazzo che si chiamava Claudio Antonioli. Tutti i miei soldi li spendevo lì, comprando i vestiti che lui mi consigliava». Ma anche se Corona frequentava la moda per una questione, come abbiamo visto, anche dinastica, era difficile che si facesse sedurre dai brand: «Il rapporto col lusso non mi è mai interessato, a parte gli orologi e le macchine», ci dice. «Sono stato il primo in Italia ad avere la Bentley e diventare il simbolo della Bentley. Sono stato il primo in Italia ad averla, ne avrò cambiate cinque o sei», ricorda. «Bentley, Rolex e Occhiali Moscot. Ai tempi esisteva solo un negozio che li aveva. Sai dove era? A Napoli, era l’unico ad aver avuto la licenza. Se tu in Italia volevi comprarti gli occhiali in un negozio fisico, dovevi andare lì. Quando mi hanno arrestato - c'è quella famosa foto di me con le manette con i Moscot - loro misero gli occhiali in vetrina con un cartello». Gli accessori, senza dubbio, erano costosi e ben scelti, ma al di là di questi cruciali dettagli fu il look di Corona nel suo complesso a lasciare un impatto. «I rapper di oggi, quelli usciti nel 2021 o 2022, si vestono con le tute delle squadre di calcio. Io è dal 2002 o 2003 che mi metto quelle tute, quella di adidas, di Nike, del Manchester, dei Celtics. Se vedi le foto di tutti i miei arresti ho sempre una giacca della tuta di una squadra di calcio. Perché? Perché I Soprano insegnavano che andavano quelle tute. Ti ricordi Sergio Tacchini?» Impossibile non ricordare, in effetti.

Non sanno veramente da che estrazione sociale vengo. Perché io vengo da una famiglia borghese ma soprattutto vengo da un padre che è stato considerato il più grande genio del giornalismo italiano della creatività

Quella di Fabrizio Corona è allo stesso tempo una delle storie più conosciute d’Italia e una di quelle di cui si sa meno. C’è una parte oscura, poco visibile, che racconta di tutto quello che Fabrizio era prima di diventare Corona, anzi, Corona’s, e che tende a nascondersi tra le pieghe di un personaggio sicuramente controverso, che recita un ruolo che si è auto-assegnato ma che la società ha contribuito a cucirgli addosso. Nella lunga chiacchierata attraverso la sua infanzia e il suo approccio al mondo della moda prima e della comunicazione poi, Corona è sempre in controllo. Non c’è una singola frase, espressione, storia che non sia funzionale a contribuire alla narrazione del nemico pubblico numero uno. Con un numero di sfaccettature indefinite, con una grande passione per il bello, per l’estetica, protette da una naturale nonchalance. Fabrizio Corona sarà pure il male, come lui stesso si definisce, ma è un male molto più complesso di quello che potremmo chiedere.