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Ciao Alex.

nss magazine ricorda un'icona

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Ciao Alex. nss magazine ricorda un'icona

9 anni fa ci lasciava un genio della moda, un genio del tessuto, un genio della precisione e della creatività. Noi di nss magazine abbiamo avuto la possibilità di vedere da vicino e toccare con mano le sue creazioni e raccontarvi la messa in scena dell'ultima sfilata della sua carriera. Un vero privilegio, che custodiremo dentro di noi con estrema gelosia ed ammirazione.

Riportiamo di seguito l'incredibile esperienza vissuta a Milano all'ultima sfilata di Alexander McQueen dove nss è stata presente dietro le quinte:

Milano - Mercoledi 13 Gennaio 2010 - eccomi, finalmente. Davanti a me una struttura bianco latte, maestosa e lineare, lo spazio polifunzionale Revel, quartier generale di Alexander McQueen per la settimana della moda maschile, dietro di me  i miei sogni, le mie aspettative che diventavano realtà.

Erano le 10:30, ero in ritardo come mio solito, neanche il tempo di trovare un posticino per i miei bagagli, che sapientemente avevo portato con me, che mi sento chiamare. Era la voce di Olivier Van De Velde, styling della sfilata;  ecco la mia avventura era iniziata. Mi sentivo come un bambino al primo giorno di scuola, emozionato e spaesato allo stesso tempo. Avrei voluto vivermi a pieno quel momento, ma non avevo tempo, il lavoro di inviato per naplestreetstyle.com mi chiamava o meglio era ancora Olivier che mi cercava. Erano arrivati i modelli, spettinati e sfatti ma allo stesso tempo oserei dire impeccabili. Erano pronti per i primi casting. Era un continuo via vai di lookbook e composite, bellezze differenti che si contrapponevano, che si sfidavano: è un gran peccato  che non fossero casting femminili.  C’è chi inizia a provare qualcosa, chi viene spedito subito a casa o chi cerca di sfruttare il suo essere famoso, infatti tra tutti riconoscevo  Baptiste, fidanzato, compagno o presunto tale di sua maestà Karl Lagerfeld, quando si dice l’importanza di un buon biglietto di visita.

I giorni passano veloci ed i casting continuano ininterrottamente; ed io mi sento sempre più come la cara Andy ed Olivier prima,  e la cara  Lala Rivony dopo, assumono sempre più il ruolo che fu di Meryl Streep nel “ Il Diavolo veste Prada”.
La mia gioia ed il mio divertirmi crescono ancora quando finalmente intravedo i capi della collezione che andrà in passerella, un trionfo di jacquard e qualità.

Iniziano i fitting, i modelli si spogliano, per la gioia delle sarte,  e provano giacche, maglie pantaloni, scarpe, si cerca l’abbinamento perfetto tra uomo e materia, l’accoppiamento che lasci la platea a bocca aperta. E’ uno dei momenti più importanti, tutti ne prendono parte guidati da Jay Massacret, lo stylist e da Daniel Kearns, designer della collezione e prossimo a lavorare per Louis Vuitton.  La scelta, la ricerca dell’outfit per ogni modello determina il successo o meno della sfilata: i modelli sono chiamati a dar voce ai capi creati. Ma i casting non erano ancora finiti del tutto, si cercavano gli ultimi modelli, le credenziali erano capelli lunghi e bellezza nordica o come sentivo dire lì, vichinga.

Trovati gli ultimi modelli, si completavano gli outfit; il lunedi, giorno dello show, era vicino.
Avevamo scelto 28 modelli per 36 cambi, 8  modelli si troveranno a sfilare due volte, superfluo raccontare gli stati d’ansia che scaturirono da questa decisione. Parlarne in prima persona credetemi non ha prezzo  soprattutto rende bene il ruolo che avevo avuto, nonché la fortuna che noi di naplestreetstyle.com abbiamo avuto. Tra gli altri sfilavano, l’argentino Bruce Machado, from Why Not agency, già modello per Dior Homme,  Marcel, testimonial per Kenzo, Anthony Collins, alla sua prima apparizione, Jacob Coupe, già fitting model per tutta la collezione insieme all’italianissimo  Johannes, Lasse Pedersen, già copertina di Vogue Japan e il tedesco Will e lo svedese Nils from Elite model agency.

E’ lunedi. Descrivere l’atelier, i visi delle persone, gli stessi vestiti il giorno della sfilata non è semplice, perche ovunque traspare frenesia, ansia e sollievo. La frenesia perché si è prossimi quindi la voglia di fare comanda ogni gesto, si vuole raggiungere la perfezione: la passerella non ammette errori. L’ansia perché contrapposta alla voglia di fare c’è la paura di sbagliare, di non farsi trovare pronto al momento giusto. Il sollievo perché ci crediate o meno, lavorare nel campo della moda è faticoso, stancante e snervante però ci sono sempre loro, i vestiti a ricordarci quanto è bello e perché si fa tutto questo. Se vi dicessi che tutte queste sensazioni fossero a me estranee mentirei, però per me era la prima volta quindi tutto questo sollievo nel finire non lo sentivo anzi non vedo l’ora di partecipare alla prossima sfilata, donna possibilmente.

L’orario della sfilata si avvicinava. La passerella era pronta. I modelli completavano il trucco, Daniel apportava gli ultimi decisivi aggiusti, Alexander Mc Queen vigilava con il suo occhio attento. I fotografi erano arrivati, i modelli erano in posa. Un trionfare di flash.

Il mio ruolo tra un flash e l’ altro era quello di organizzare la line per la sfilata, ovvero l’ordine dei modelli, seguirli per le scale e garantire insieme a Lala che le uscite fossero rispettate, soprattutto quelle relative ai modelli che uscivano più di una volta. La responsabilità era molta, ma credetemi il divertimento e la felicità vincevano: ti sentivi parte integrante del meccanismo sfilata e sapevi che il tuo ruolo era importante, molto importante. Ecco so già cosa pensate: “ I modelli non erano capaci di rispettare da soli l’ordine?”. Purtroppo o per fortuna non era così. La sfilata comporta dei ritmi serratissimi, e i modelli, già svampiti di loro, tra gli ultimi aggiusti, il trucco ispirato alla saga cinematografica “Twilight”,  e quant’altro sicuramente andrebbero nel pallone se lasciati soli a se stessi. Ogni secondo, ogni movimento è determinante.

Ecco sono le 19:35, con “solo” 35 minuti di ritardo partiva “Soul Cake”, il nuovo saggio di bravura di Sting, testimonial di eccezione dell’intera collezione, che accompagnava la sfilata e sottolineava il passo deciso e determinato dei modelli.  Il primo era Anthony Collins, quasi a sottolineare il suo battesimo, poi l’americano Collin, Nils, Will, Lasse fino ad arrivare a Steffen per poi riprendere con Collin, Philippe, ancora Anthony, Will e  completare con Bruce Machado, Richie Cotterell e Max.

La collezione “ An bailitheoir cnàmh”  - o più semplicemente “The Bone collection”,  tralasciando il celtico – è ispirata agli oscuri naviganti che a bordo delle baleniere popolano la letteratura e la storia inglese. Il richiamo al passato e alla tradizione, già sottolineato dal titolo stesso, viene rafforzato dall’utilizzo di grafiche jacquard che richiamano le oscurità e le ostilità del mare in tempesta. Prima sono i teschi poi le stesse ossa, che in un perfetto mosaico fanno tra l’altro da sfondo alla passerella, poi ancora oscure piogge acide che rimarcano il lato dark dell’Enfant terrible. Sono proprio le grafiche così realistiche e lavorate nei minimi dettagli che contraddistinguono il protagonista della sfilata: il man’s suit.

Man’s suit che per via dei tagli precisi e netti e per la maniacale attenzione alle misure e alle proporzioni – ricordo ancora i continui aggiusti pre sfilata - sembra essere realizzato da pignoli ingegneri, gli stessi che  hanno forgiato ad arte, è proprio il caso di dirlo, i biker boots calzati da ogni modello. Stivaletti o guanti, ancora non ho deciso con certezza,  sarebbero degni eredi delle biker shoes anni cinquanta: stessa vestibilità, stessa zip posteriore, ma reinventate tono su tono con la fantasia skulls and bones.

E proprio le grafiche, che diventano sensazionali grazie all’utilizzo del trompe l’oeil digitale, sono lì a ricordarci che il binomio arte – moda non vive di sole misure e maestria sartoriale,  ma anche di immagini che raccontano, che comunicano. E se è vero che ogni collezione è una misura del suo stato emotivo, come lo stesso Alexander ha sottolineato più volte, ci riesce davvero difficile credere alla sua felicità. Ma forse la sua magia è proprio celata dietro quella maschera indossata in passerella che ancora una volta sottolinea il lato oscuro della moda.