Lo riconoscete dalle stampe ma dietro c’è molto altro. Forme scultoree, uno stile futurista e ben strutturato, una nuova sartorialità. L'arte, la letteratura e il cinema alla base di ogni creazione e un obiettivo: evolversi restando coerenti e legati alla tradizione.

Ecco il nostro dialogo con Alessandro Biasi, fondatore di A-Lab, un viaggio che parte dai tessuti fino alla situazione dei designer emergenti in Italia passando attraverso una discussione sul vero valore aggiunto che possono portare i blogger e i web influencer.

1. Sei riuscito a evolvere la tua passione per l'arte e la moda nella realizzazione di una tua linea personale. Qual è stato il percorso per arrivarci?

Tutto è nato seguendo un istinto, un bisogno viscerale di comunicare. Sono una persona abbastanza riservata e credo che “la moda” sia stato per me il tramite per  comunicare con il mondo esterno. Ho studiato moda e ho deciso di intraprendere questo viaggio non spinto dalla passione per i vestiti ma più dal mondo che li anima. 

2. Fotografie, video, arte o il mondo attorno: dove trovi l'idea che poi trasformi in abito?

Il mio approccio alla collezione è mutato, soprattutto nelle ultime stagioni. In linea generale, mi piace creare armonie tra elementi dissonanti tra loro e credo che questo sia alla base di ogni mio lavoro. L'arte, la letteratura e il cinema sono di certo l'humus di ogni creazione.

3. Per distinguersi nel panorama moda è necessario avere uno stile definito: per cosa ti piacerebbe essere riconosciuto? 

Credo sia fondamentale avere uno stile proprio e riconoscibile, ma non vorrei mai che A-lab Milano diventasse noioso e ripetitivo. Quello che mi pongo come obiettivo, ogni stagione, è la sfida, riuscire a cambiare pur rimanendo coerenti ed è questo che vorrei fosse percepibile anche all'esterno.

4. La moda prima di essere un oggetto in vendita è un concetto, un'idea che si declina in forme e colori. Parliamo di tessuti, tagli e materiali. 

Il taglio è per me basilare, la costruzione degli abiti e delle giacche racchiudono la vera essenza del marchio. Mi rendo conto che spesso tutto questo lavoro venga “oscurato” dalle stampe, l'elemento che comunemente viene collegato al brand. Per quanto riguarda i tessuti, credo che abbiano un ruolo fondamentale e determinante nel risultato finale di un capo non solo da un punto di vista visivo-concettuale ma anche da quello commerciale. 

5. Considerato il panorama moda italiano, quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso professionale? Quali vincoli e quali opportunità? 

La difficoltà maggiore è trovare delle persone che credano nel prodotto che fai e che vogliano investire su di te. Il mercato, forse, vuole prodotti che si vendano da soli, facili, veloci e che spingano il consumatore a comprare, gettare, e ricomprare. “Bisogna competere con il fast-fashion!” ci dicono, ma mi chiedo se questa sia davvero la strategia giusta. Credo infatti che il made in Italy sia un valore molto importante, da sostenere e preservare anche se costretti a difenderlo con le unghie e con i denti. 

Le opportunità sono molte, soprattutto negli ultimi anni l'Italia si è aperta ai giovani designer.  Purtroppo non è ancora abbastanza, bisogna creare sinergie che siano in grado di sostenere i progetti per più stagioni, non solo dal punto di vista dell’immagine, ma anche aziendale, per aiutare i giovani ad ottenere contatti con eventuali investitori. 

6. Dal concorso "Incubatore della Moda" a Palazzo Morando con Vogue Talents, dalla collaborazione passando per le fashion week. Quali sono stati i momenti più importanti della tua carriera fino ad  HYPERLINK "javascript:mails_addtocal(1,"oggi?

Non so dirti quali siano i più importanti, lo sono tutti per aspetti differenti. Posso però dirti che un episodio molto inaspettato ed emozionante è stato incontrare per strada, a Milano, una ragazza orientale vestita A-lab: è stato un momento importante per capire che, al di là dell'aspetto creativo, dei grandi eventi, dei redazionali, ciò che faccio è concreto e tangibile.

7. Ci racconti la collezione FW14/15?

La nuova collezione #NEOTOKYO racchiude due delle mie tante passioni, il Giappone e la fantascienza. Ho immaginato una distopica megalopoli del futuro, che si è materializzata nelle stampe digitali. Uno skyline notturno che si anima di luce non solo grazie all'utilizzo di materiali pregiati, come la duchesse ma anche attraverso preziosi ricami lavorati a mano, che conferiscono maggiore profondità e movimento al capo. Ho mixato tessuti tecnici dello sportswear a tessuti pregiati e abiti scultorei. Mentre per interni e t-shirts ho unito i graffiti urbani alla fotografia Giapponese di fine ‘800.

8. La moda sta vivendo un'evoluzione ed è sempre più digitale, tu come ti poni verso le nuove figure di blogger e influencer? 

Sarò sincero. Nei primi anni questo aspetto digitale mi ha affascinato notevolmente e credo sia stato veramente un cambiamento epocale nel modo di vivere la moda e la comunicazione di moda. Attraverso i blog, i magazine on-line, si poteva accedere a mondi per lo più sconosciuti al grande pubblico e credo che questo fosse l'aspetto più interessante, una voce indipendente, reale. Non parlo solo della moda, parlo in generale di molti ambiti, musica, design, arte ecc. Ma ora credo che tutto questo sistema, ormai non più così libero, stia danneggiando non solo i piccoli marchi, gli indipendenti, ma anche la qualità della comunicazione. Il problema reale è questo: gli influencer, i blogger, fanno realmente ricerca? Sono veramente cool? Purtroppo credo che in questa dimensione virtuale, ormai di facile accesso, siano poche le persone che si distinguano per questo. Insomma, siamo certi che l'influencer non finisca solo per spingere l'acquirente finale a fare shopping...? Questo è davvero un altro discorso.

9. I social network sono lo strumento di svolta per la comunicazione del settore moda, sei d'accordo?

Come per la domanda precedente credo che il potenziale sia enorme, ma come dicono gli eroi dei fumetti: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Tutta questa rapidità, questa corsa contro il tempo, questa sovraesposizione del prodotto sui vari social forse non ci permette più di innamorarci, di desiderare. Solo semplici infatuazioni, desideri di poco conto che colmiamo, talvolta, ancora prima di esaudire. Immagini impattanti ma allo stesso modo sfuggevoli ai nostri occhi ormai stanchi e assuefatti.

Credo sia importante riappropriarsi del tempo, abbandonando per alcuni minuti le modalità della società virtuale concedendosi il lusso di osservare il mondo dal vivo, gustandoci i sapori e i profumi.

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Per ora silenzio stampa, ti terrò aggiornata! ;)

 

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