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L’IBRIdazione: intervista a Alberto Pellegatta

L’IBRIdazione: intervista a Alberto Pellegatta

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"Chi separa e scarta secondo un progetto
Crea esuberi incessanti.

Scriviamo senza calore
Non ciò che avreste voluto
Ma quello che non avete
Pensato. Non per riscatto
Ma per vendetta.

Non è mai
Ciò che abbiamo scritto."

Alberto Pellegatta 

Ne “L’ombra della salute” , pubblicato da Mondadori nella prestigiosa collana di poesia -Lo Specchio-, Alberto Pellegatta elabora e condensa una personalissima geografia emotiva, dove ogni parola, ogni pausa, ogni “discordanza” (per dirla con l’autore) è una suggestione di fragilità, un pezzo di una mappa che brucia prima ancora di risultare appena intellegibile. La poesia di Alberto, mi azzardo a dire, è classica quando la percezione dello spazio (la città, i suoi giardini, la notte) in più di una occasione rintraccia l’esperienza di García Lorca, pur trasferendola in una contemporaneità rarefatta, dipinta sul corpo, un corpo devastato da “flessioni squassi e squagliamenti”.

Cultura di slam poetry, poesia visiva e performer. Cosa ne pensa di questo mondo uno che, come te, è anche critico d’arte?
Si tratta spesso di spettacolarizzazione, un tentativo di somministrare succedanei culturali. Le migliori poesie visive risalgono alla Grecia antica, riprese dalle avanguardie storiche e dalle neoavanguardie. Quello che sorprende è che ancora oggi ci sia qualcuno, alla penultima moda, pronto a ricalcarle. La poesia deve distinguersi dal cascame televisivo, deve differenziarsi, non scimmiottarlo in locali da avanspettacolo. Possiamo giudicare come i risultati di quella esperienza siano invecchiati precocemente: negli autori più dotati, come Cummings, ciò che rimane è il frammento vivo dell’immagine, non il funambolismo metrico. Allo stesso tempo la tradizione non deve essere oggetto di culto o ideologia, ma strumento che contribuisce a rappresentare la complessità contemporanea. La tenuta di Sereni, Penna o Raboni, per non parlare dei classici, è lì a dimostrare l’attualità di quel dettato, che non è fossile ma rinnovabile. Forzare troppo il linguaggio, torcendolo in virtuosismi, rischia di farci perdere la possibilità di comunicare.  Di questi tempi dobbiamo invece capirci bene, essere lucidi, perché il linguaggio del potere non è mai stato così forte e ottuso. Anche come critico d’arte assisto alla confusione introdotta dal mercato - una bolla simile a quella di immobili e derivati - appoggiata da critici compiacenti: le mucche sotto formalina o i manichini impiccati sono opere da vetrinisti o pubblicitari. 

Credi esista un compito principale del fare poesia oggi in Italia?
Il compito principale della poesia è quello di veicolare idee indagando le possibilità del linguaggio. La poesia può e deve fare attrito. La letteratura, in questi anni di lobotomia televisiva, ha contribuito a mantenere in piedi una sorta di ponteggio per l’intelligenza, ne ha dimostrato la segreta sopravvivenza. 

Mettiamo politici e poeti italiani al confronto. Quali sono le differenze? Credi gli uni debbano imparare dagli altri?
Il campo dei politici è l’amministrazione dello stato, quello dei poeti sfora nel regno dell’immaginazione. Camus diceva che il politico è come una governante, deve tenere pulita e in ordine la casa. Purtroppo la destra ha prevaricato, minando la convivenza civile con la paura del diverso. Se i politici fossero più coltivati, se leggessero e studiassero, potrebbero evitare di compiere scelte sconsiderate, dando l’impressione di brancolare nel buio. Allo stesso modo, certi poeti, dovrebbero uscire dalle squisite dispute estetiche e mostrare maggiore impegno civile. 

Quale è la maggiore soddisfazione per un poeta?
Dovrei dire un testo ben riuscito, autonomo e piombato. Ma penso che il sogno del poeta sia una quiete feriale che preservi l’individuo dagli affanni e conceda al tempo di rallentare.

Spesso tra le novità dell’editoria italiana la poesia è la grande assente. Chi sono i poeti che consiglieresti a chi non ha modo di “abbordarli” tra gli scaffali di una libreria?
Le grandi librerie riducono sempre più questa sezione. Una vera miopia. Il pubblico della poesia, però, sa scovare i poeti negli scaffali dove vengono nascosti. Certo l’industria editoriale spinge sul romanzo di consumo, sulla biografia del calciatore e sulle barzellette dei comici. Così sono riusciti a pervertire il pubblico. Che differenza c’è tra un alfabeta medievale e un lettore di bestsellers? Non a caso lo scenario sociale è da Tardo Medioevo. Per chi volesse avere un assaggio della poesia del nostro tempo, oltre i celebri Nobel, consiglierei di iniziare con un’antologia. La più completa è quella di Cucchi e Giovanardi, recentemente ristampata a basso prezzo. Per chi volesse approfondire, dopo i maestri (Sereni, Penna, Caproni, Saba, Cattafi, Ceronetti, Bellintani, Raboni ecc.) c’è la generazione di Milo De Angelis, Maurizio Cucchi, Dario Bellezza e Antonio Porta. Quindi Antonella Anedda, Patrizia Cavalli, Mario Santagostini e Mario Benedetti. Un secolo di grande poesia, impossibile nominare tutti, ma tra i miei coetanei segnalo Silvia Caratti, Massimo Dagnino, Francesco M. Tipaldi, Mary B.Tolusso, Andrea Ponso e Lorenzo Caschetta. E non va trascurata la poesia straniera, altamente nutritiva: Mark Strand, Philip Larkin, Szymborska o Tomas Tranströmer.