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«Ho smesso di uscire come facevo un tempo», esordisce Charles Jeffrey quando gli chiediamo come vada la vita. «Tra il Covid e il lavoro… be’ ovviamente esco ancora fuori di casa ogni tanto ma preferisco i concerti. E nel weekend mi rilasso, gioco a Pokémon [nello specifico, Pokémon Shield, ndr]. Il mio lavoro è più importante adesso». Parole sorprendenti per un designer come Charles Jeffrey, la cui fama si è sprigionata proprio dall’esuberante e scatenata nightlife londinese. Negli ultimi anni il suo brand è diventato uno degli appuntamenti cult della London Fashion Week ma, negli ultimi tempi, il designer si è sentito fuori posto nella capitale britannica, e così ha deciso di guardare altrove per il suo prossimo show. Dopo un po’ di ricerche, Milano si è rivelata «un terreno ideale per mettere radici, per essere sovversivo, anarchico». La scelta non è solo dovuta alla ricerca di «una città più importante, una fashion week più importante» ma riguarda anche questioni più profonde per Jeffrey. «Penso che ci sia un'affinità con l'essere scozzese, il voler lasciare il Regno Unito e andare altrove», spiega. «Credo che gli scozzesi e gli italiani siano molto simili». Ma Milano è anche una città «piena di mitologia e di tradizione», un luogo dove Jeffrey si è sentito a casa, ritrovando elementi vicini alla sua sensibilità nel lusso sovversivo e materico di Marni: «Mi piaceva quello che Francesco Risso stava facendo e lo scenario che stava creando qui e penso che ci sia un sacco di spazio in cui poter essere me stesso. […] Quando sono andato a Parigi, c'erano designer che ammiro molto come Walter Van Beirendonck, Rick Owens, Craig Green, Dries Van Noten e altri più giovani... ma mi ha dato una sensazione diversa. Parigi sarà sempre il non plus ultra, un punto di riferimento ma credo che Milano stia vivendo una rinascita».

Lo show per la collezione FW23 è stato intitolato Engine Room – una scelta verbale che rievoca tanto quel mondo della working class a cui Jeffrey è affezionato («Ho fatto tanti lavori diversi, non vengo da una famiglia ricca», dice) quanto il passato industriale di Milano che tanto l’ha colpito durante le sue prime visite in città. Ma la visione di Jeffrey si estende molto al di là dei confini urbani, e va alla sua comunità: «Quello che voglio fare è entrare nel vivo della scena, creare qualcosa di duraturo invece che stagionale. Vorrei godermi l'aspetto romantico che credo sia sparito dalla comunità. Quello che esiste oggi francamente non ha molto colore, e mi piacerebbe contribuire di più a una rappresentazione umana e meno aggressiva della scena queer». Ma la queerness è solo un elemento della visione di Jeffrey, non può definirne il lavoro in modo esclusivo: esistono altre dimensioni del suo lavoro che non riguardano nemmeno gli affari in senso stretto. Uno di questi è la territorialità, la collaborazione con le realtà della sua Scozia, ma un altro lato ugualmente importante è fare incontrare culture diverse. «Penso che non si tratti solo di affari, ma di un innesto in cui portiamo le cose da Milano a Londra. La sfilata è per me un'affermazione molto importante. Essendo io scozzese, c'è anche qualcosa di metaforico. Voglio rappresentare qualcosa in questo nuovo, dinamico spazio politico». 

«Vogliamo riportare lo storytelling nell’industria», continua Jeffrey, ma nulla di tutto ciò sarebbe possibile senza una sana dose di pragmatica concretezza. Quando la conversazione si muove dal prossimo show di Milano alla maniera in cui il suo brand si sta sviluppando, i vaghi propositi si trasformano in cose tangibili: «Non ci vuole niente a fare una collezione commerciale, ma se vuoi investire e sviluppare idee bisogna farlo nel lungo periodo, due o tre anni in anticipo». Tutto passa dalla materia prima, la stoffa, che viene manipolata, ricontestualizzata, utilizzata per raccontare la Scozia di Jeffrey che esce dallo stereotipo della tradizione e abbraccia il mondo contemporaneo senza che la propria identità ne esca diluita, ma anzi arricchendosi nel processo. «Dobbiamo essere coerenti con quello che facciamo», spiega Jeffrey. «C'è qualcosa di interessante nel ricontestualizzare lo stesso tessuto più volte. Il tartan, ad esempio, viene reinventato a ogni stagione. Ora che il marchio è in una buona posizione, possiamo fare cose come assumere un designer di tessuti che si occupi solo di quelli nel lungo periodo, come questo designer di tessuti di Dries van Noten che li progetta due anni prima che la collezione venga prodotta, per esempio». L’idea è entusiasmante, e di certo lascia intuire un approccio tecnico, ingenuo per certi versi, ma assolutamente privo di quel sussiego che regna nella moda. Il seersucker tartan, ad esempio, che nel tempo è diventato uno dei best seller del brand è nato da un esperimento casuale. «Per me la moda è come un faro», dice Jeffrey. «Getta la sua luce su tanti movimenti diversi e i brand si spintonano a vicenda per rimanere nella luce per più tempo possibile. Ma il fatto è che se sei coerente con te stesso, quando quella luce torna a brillare su di te, lo fa molto più intensamente».

Nello show di domenica 15 tutti questi elementi covenient in unum, riunendo gli aspetti visivi a quelli sonori a quelli narrativi a quelli della collezione che verrà mostrata al pubblico. Un tipo di multidisciplinarità che ha spinto Jeffrey a produrre un album musicale «che ha aiutato con le vendite degli abiti» ma anche una serie di oggetti per la casa realizzati collaborando con gli artisti più disparati. L’approccio di Jeffrey è molto hands-on: «La cosa bella di essere proprietario e direttore creativo del tuo brand è che puoi farci quello che vuoi. […] Trovo molta soddisfazione nel conoscere ogni singola parte della mia azienda, è come il mio bambino, e in questa maniera posso delegare di meno sul piano creativo». Al momento proprio questa azienda è in espansione, un microcosmo che cresce insieme al suo creatore, che indaga sempre nuove strade che vanno dalla collaborazione con maglifici scozzesi alla collaborazione con le industrie italiane per l’espansione del business. L’obiettivo rimane sempre uno: «Non vogliamo affrettare nulla. Vogliamo fare cose fottutamente belle».


Credits:

Photographer: Pavel Golik
Interview: Lorenzo Salamone
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