2017. La popolazione viene decimata da un ambiente tossico. Nella Repubblica di Gilead le donne non hanno più alcun diritto. Totalmente asservite all’uomo, private della propria identità, del conto in banca, del lavoro, della possibilità di leggere e di qualsiasi altro diritto fondamentale a tal punto da non avere nemmeno più un nome proprio. Vengono chiamate con quello dell’uomo a cui vengono assegnate preceduto dalla preposizione semplice “of”. Queste non-donne hanno una sola speranza: essere fertili, perché in un mondo in cui l’infertilità è dominante, la sopravvivenza della specie è il vero viatico di salvezza.

Se sei vecchia o sterile sei fregata, puoi diventare al massimo “Marthas” governanti, le spietate “Aunts” figure preposte alla ri-educazione e al rigore morale o magari ti va bene e sei una “Wife” la moglie di uno dei comandanti che governano lo stato. Però se sei fertile ed in grado di procreare hai una speranza e sei una “handmaid”. Declassate alla sola funzione riproduttiva, simboleggiata da un abito rosso sono proprietà dell'uomo che le possiede, costrette una volta a venire stuprate con la speranza di dare alla moglie sterile di lui una prole.

In questo scenario dell’orrore, tra torture ed umiliazioni si svolge la storia di Offred. È anche la storia di “The Handmaid’s Tale”, famosissimo romanzo di Margaret Atwood, diventato ora una serie tv prodotta da Hulu.

A recitare in modo toccante ed espressivo, nonostante gli scarni dialoghi, Elisabeth Moss, conosciuta per il ruolo di Peggy Olson in “Mad Men” e di Robin Griffin in “Top of the Lake”, ma anche Alexis Bledel di “Gilmore girl”, qui in un’inaspettatamente brillante interpretazione da attrice.

Feel like: Johannes Vermeer
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Sotto la superficie estetica di “The Handmaid’s Tale” c’è un sottile riferimento all’opera dei pittori fiamminghi del XVII secolo, in particolare quella di Johannes Vermeer. Ce ne è traccia nei costumi, nei colori, nella scenografia. Lo conferma Colin Watkinson, direttore della fotografia, che sottolinea l’aspetto pittorico e saturo che rende i rossi del film così pronunciati e potenti: “Il design di produzione eccellente di Julie Berghoff con una tavolozza di colori combinata abbinata a una bella illuminazione morbida e un abbastanza contrasto di colore ci ha dato un effetto pittorico che ricorda Vermeer. Il nostro uso di lenti Canon Canon K35 poste ad un’esposizione di T2 o più ampia ha anche migliorato il nostro aspetto pittorico”.

Dress like: Ulyana Sergeenko
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A Gilead la moda, in particolare il colore degli abiti, serve per distinguere le gerarchie. Pur seguendo questo diktat, la costume designer Ane Crabtree, già al lavoro per “Westworld”, ha fatto un’attenta ricerca prima di decidere cosa fare indossare ai protagonisti di “The Handmaid’s Tale”. Le ispirazioni sono le più disparate: la versione cinematografica del libro della Atwood del 1990 diretto da Volker Schlöndorff con Natasha Richardson e Faye Dunaway; i culti religiosi americani e mondiali, in particolare la Comunità Cristiana Gloriavale in Nuova Zekanda, gli Amish e il gruppo danese Tvind; vecchi dipinti di maestri olandesi e italiani; la storia della moda femminile; “Rosemary’s Baby”; Georgia O’Keefe: Comme des Garçons; Hitler; Garanimals mix-and-match sets; Matthew Barney. Il risultato finale? Le Handmaids portano lunghi abiti rossi accessoriati con degli stivali marroni senza lacci in modo che, come si accade in carcere, non possano usarli per impiccarsi e in testa cuffie, chiamate dalla Atwood “ali bianche”, che fanno da paraocchi e nascondono lo sguardo. Il copricapo che ricorda la moda Tudor, ma anche quella Amish e un certo stile femminile coreano, è stato disegnato per creare un gioco di luce ed ombra sui volti, anche se il suo effetto principale è amplificare le gabbie nelle quali queste donne sono mentalmente, fisicamente, emotivamente richiuse. Il colore che le identifica è il rosso, presente letteralmente anche nel nome della protagonista della storia Offred, è stato scelto perché simbolo di fertilità, del sangue mestruale, delle donne che commettono peccati sessuali, come Hester Prynne in “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne o come Maria Maddalena. Le mogli, al contrario, si vestono in azzurro, il colore associato alla Vergine Maria. Più precisamente indossano una particolare tonalità detta “foglia di thè”, un azzurro-verde, scovata osservando l’immagine foglie d'acero rosse contro il cielo, che diventa più scura a seconda del grado di potere della persona che la indossa. Quella delle mogli dei comandanti è l’unica posizione nella quale c’è un po’ di libertà, almeno sul piano dello stile, ricreata da Crabtree con misura, attraverso piccoli dettagli, piccole varianti di cuciture, taglie, pieghe, tessuti. Per le Marthas, la classe domestica di Gilead, l’ispirazione è il primo piano di una falena sbiadita come se avesse perso il suo colore, quello che per la costumista riflette emotivamente il loro ruolo: non sono fertili, non possono partorire, ma sono le donne che li allevano. Crabtree definisce il loro stile “domestica comunista russa che incontra Liz Taylor negli anni ‘60", brutto, ma «cinematicamente, splendidamente brutto". Alle temibili zie è riservato il colore verde oliva, quasi un marrone. Le loro uniformi nascono dalla vista di un prete davanti al Duomo mixato con la divisa brasiliana della prima Guerra Mondiale e col personaggio interpretato da Bea Arthur nella sit-com anni ’70 “All in the Family”. Una piccola curiosità sovversiva? La combinazione giacca-abito, se vista dall’alto, sembra una vagina invertita, omaggio all’opera femminista di Judy Chicago “The Dinner Table”. Infine i Comandanti, la classe di potere, indossa colori scuri e completi old school anni ’50-’60 che hanno le pellicole di Alfred Hitchcock come riferimento.

Think like: “The Handmaid’s Tale” Margaret Atwood
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Margaret Atwood inizia a scrivere “The Handmaid’s Tale” nella primavera del 1984. Scrive a mano, su blocchi per appunti legali di carta gialla, poi trascrive tutto con una macchina da scrivere tedesca noleggiata allo scopo. In quel periodo vive a Berlino Ovest, c’è ancora il muro, si respira aria di restrizioni, controllo. Tutto questo insieme alla dittatura nazista le inizia a ronzare in testa. La svolta arriva quando a questa idea aggiunge la storia biblica di Giacobbe e delle sue due mogli, Rachele e Lea, e delle loro due ancelle. Un uomo, quattro donne, dodici figli, che appartengono alle mogli, non alle donne che li hanno partoriti. Così la città di Cambridge, Massachusset, ora sede dell’Università di Harvard, un tempo roccaforte del Puritanesimo del XVII secolo, diventa Galaad. E la storia di Offred prende vita, insieme ad uno dei romanzi distopici più importanti e significativi di tutti i tempi. L’opera di Margaret Atwood è al 37° posto nella classifica dell’American Library Association sui cento libri più contestati del decennio 1990-2000.

Sound like: “You Don't Own Me” by Lesley Gore
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“A Gilead, non c'è musica”. Michael Perlmutter, music supervisor della serie, lo sottolinea. In questo stato teocratico sorto sulle ceneri degli Stati Uniti d'America ci sono poche parole, pochi suoni che scandiscono le giornate. La musica è confinata in flashbacks, nei ricordi di tempi migliori. È una sorta di monologo interiore per Offred, un collegamento emotivo dove rifugiarsi per non sprofondare nell’orrore del quotidiano. I brani della colonna sonora sono legati tra loro, come spiega Perlmutter: “Penso che la parola chiave qui sia libertà. E la libertà si presenta in molte forme diverse nella musica. Può venire dal flusso di parole nella tua mente, ovviamente ... è senza confini, è di ogni genere diverso, può essere pop, alternative rock, brasiliana, punk, country. C’è libertà d’espressione e penso che la chiave della musica in sé sia la libertà di espressione ... ruota tutto intorno a quale canzone si adatti in quel momento o quale artista”. Così ai brani inediti composti da Adam Taylor si aggiungono hit di Bob Marley, Blondie, Peaches, Kylie Minogue, Nina Simone, Philip Glass, ma sono “Do not You (Forget About Me)” dei Simple Minds e “You Do not Own Me” di Lesley Gore  quelle che creano maggiore pathos. La prima, un pezzo degli anni ’80, sembra ricordare ad Offred che, prima di diventare una schiava senza voce, senza nome, senza identità, era qualcuno. Era una persona dai tanti nomi e ruoli: studentessa, professionista, moglie e madre. “Do not You Forget About Me” ripetuto nella sua mente è un appello che fa a se stessa, è June che chiede a Offred di non dimenticarla. Allo stesso modo “You Do not Own Me” è un potente inno alla ribellione, una dimostrazione di forza e potere per certi versi grottesca quando ci si ricorda che la protagonista è intrappolata è una casa che non è sua, vive in un corpo usato come proprietà altrui e pensando pensieri instillati in modo coatto dalla propaganda del governo. Questa è la soundtrack di “The Handmaid’s Tale”, ma c’è un altro commento sonoro, quello usato da Elisabeth Moss per costruire il suo personaggio. In una recente intervista l’attrice ha svelato le proprie playlist. Per Offred ha ascoltato molti pezzi orchestrali di Max Richter, Clint Mansell, Philip Glass, ma anche il singolo dei Radiohead “Burn the witch”; per June la musica è più contemporanea: ancora Radiohead, “Sons And Daughters” degli Allman Brown, “Slip”di Elliot Moss e “Madness” dei Muse.

Taste like: organic food
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Love like: the rebellion
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“The Handmaid’s Tale” è a tratti insostenibile. Specie se sei una donna, ma dovrebbe essere così per ogni essere umano. Nessun diritto, nessuna voce, nessuna identità. Fa paura, più di qualsiasi horror. Perché è possibile, reale. Accade ogni giorni in qualche parte del mondo, da sempre, ma speriamo non per sempre. E se questo show o il l’omonimo libro dovrebbe avere un merito è essere un monito, ricordarci di agire e di non restare immobili a guardare quando i nostri diritti vengono minacciati. Come hanno fatto il 20 marzo un gruppo di donne vestite da Handmaids in Texas per protestare contro la discussione delle misure anti-aborto.