Recentemente Travis Scott si è aperto sui delicati temi della depressione e dei disturbi della psiche, durante un’intervista per Show Studio.

L’artista ha raccontato di come la fama ed il lifestyle, che fin troppe persone tendono a celebrare senza riserve, possano ritorcersi contro chi ci convive quotidianamente, gettandolo in un pericoloso stato di costante stress e frustrazione. Travis ha confessato quanto sia dura per lui essere in grado di compiere la quasi totalità dei gesti quotidiani, senza essere guardato, fotografato, filmato o addirittura assalito, mentre deve sopportare il peso delle ambizioni e la pressione che il mondo ti mette addosso quando sei un artista famoso in tutto il mondo. Il rischio che si palesa è quello di degenerare, fino ad avere l’impressione che tutti quegli sguardi puntati su di te non aspettino altro che vederti fallire.
Questi pensieri possono diventare talmente oppressivi da distruggere un individuo, ed è per questo che parlarne oggi è quanto mai fondamentale. 

 

Le persone generalmente faticano a comprendere che la fama non rende nessuno un supereroe e che, al contrario, può consumare ed acuire le debolezze e la fragilità di un individuo. Il problema che tutti abbiamo nei confronti della fama è che tendiamo ad idolatrare le rap star, smettendo così di considerarle persone a tutti gli effetti.  

La "spersonalizzazione delle celebrità" è un fenomeno diffuso, quanto grave e sottovalutato: spersonalizzare qualcuno significa, per ovvia conseguenza, non applicare nei suoi confronti quelle regole con cui definiamo la civile convivenza con i nostri simili facendo sì che spesso, in presenza di una celebrità, quei confini e quelle regole di base che normalmente stabiliamo fra noi e gli altri individui vengano completamente cancellati. Da qui l’invasione degli spazi personali, le molestie e nei casi peggiori la persecuzione o lo stalking e tutte le assurdità che Travis Scott lamentava di dover affrontare nel proprio quotidiano. Da questo atteggiamento di spersonalizzazione deriva anche quel senso di sorpresa e stupore che normalmente ci assale quando sentiamo una celebrità parlare dei propri problemi personali o quando viene diffusa la notizia del tentato suicidio o un crollo psicotico di qualche rap star, il recente caso scoppiato attorno al ricovero di Kanye West ne è la prova inconfutabile. 

Cosa ci ha insegnato l'ultima intervista di Travis Scott Un'antologia dei disturbi psichici nella rap industry  | Image 0

Il Rap non è solo soldi, auto sportive e vestiti firmati.

Moltissimi artisti nella storia dell’hip hop hanno dedicato versi a temi più profondi e intimi e, la depressione, l’ansia, il suicidio e le patologie psichiche in generale sono state un tema in particolar modo presente nelle liriche di artisti di rilievo della scena in questione. 

I primi a rompere il silenzio attorno al tema della depressione e della schizofrenia sono stati i Geto Boys nel 1991 con la loro Mind Playing Tricks On Me. Il titolo lascia presagire come, nonostante fossero i primi a trattare questa tematica, la abbiano affrontata in modo aggressivo ed esplicito. 

 

“At night I can't sleep, I toss and turn
Candlesticks in the dark, visions of bodies being burned
Four walls just staring at a nigga
I'm paranoid, sleeping with my finger on the trigger” 

“I take my boys everywhere I go because I'm paranoid
I keep looking over my shoulder and peeping around corners
My mind is playing tricks on me”

“Day by day it's more impossible to cope
I feel like I'm the one that's doing dope
Can't keep a steady hand because I'm nervous”

 

Successivamente nel 1994 anche Notorious B.I.G. fece uscire un pezzo che trattava per la prima volta nella storia dell’hip hop il tema del suicidio, Suicidal Thoughts. Questa canzone, parte del leggendario album Ready To Die può essere considerato una vera e propria rivoluzione, poiché porta l’introspezione dell’artista ad un livello fino ad allora sconosciuto al genere. 

 

"The stress is buildin' up, I can't— I can't believe

(Yo, I'm on my way over there, man)

Suicide's on my fuckin' mind, I wanna leave

I swear to God I feel like death is fuckin' callin' me

But nah, you wouldn't understand".

 

Lo stesso anno, anche il collettivo rap Fu-Schnickens che pubblicò l’album Nervous Breakdown in cui venivano trattati a più riprese i temi dell’ansia e della depressione, anche se in maniera meno esplicita. Nel 1998 è invece DMX  - che successivamente dovuto ricorrere alla riabilitazione per problemi legati ad una grave depressione e a tendenze suicide - ad esprimere il proprio disagio attraverso il rap nella sua celebre traccia Sleepin’.

 

"Ay yo I'm sleeping, I'm falling, I can‘t get up".

 

Anche Kanye West ha dovuto affrontare alcuni momenti duri. Soprattutto dopo la morte della madre Donda, per cui nutriva un amore profondo. L’artista, che anche recentemente ha sofferto di un crollo psicologico a causa dello stress, ha affrontato la depressione e gli istinti suicidi, nel periodo immediatamente successivo alla perdita della madre e li ha raccontati nella sua canzone Clique.

 

"Went through deep depression when my mama passed, suicide, what kinda 
talk is that".

 

Tuttavia la lista degli artisti che hanno espresso ed affrontato i loro tormenti psicologici attraverso la musica non finisce certo qui. Da Lil’ Wayne a Kid Cudi, da Kendrick LamarSTORMZY la lista è pressoché infinita. 

 

Dunque perché dopo 25 anni di testi sulla sul dolore, la sofferenza psicologica e la psicopatologia, ancora ci sorprendiamo quando vediamo un artista affrontarne le conseguenze nella realtà? 

 

Negli ultimi decenni l’hip hop ha sconvolto il mondo - musicalmente e culturalmente - e possiamo dire che, oggi, sia il genere musicale più influente nella cultura popolare. Questo perché forse si sentiva il bisogno di una poesia contemporanea capace di raccontare con un linguaggio attuale la nostra realtà interiore ed esteriore. Il potere della poesia è proprio quello di trasformare le emozioni dell’artista in qualcosa che rispecchia e arricchisce la sensibilità collettiva. Il ruolo sociale della poesia è anche quello di essere un mezzo catartico, capace di alleggerire gli individui dal peso della loro imperfezione. È per questo che dovremmo porre sempre di più l’accento sull’arte e meno sugli artisti. Perché l’arte è un bene collettivo, mentre gli artisti sono persone e come tali devono essere considerate. 

Questa psicosi di massa crea degli idoli, ma ci distoglie dall’ascoltare il messaggio che loro stessi trasmettono. Bisogna quindi comprendere le parole di Travis Scott e capire che l’elemento centrale su cui tutti dovremmo soffermarci è l’arte.
Tutto il resto sono inutili cornici e pericolosi simulacri.