La moda è roba da femmine. Abiti da sogno, minigonne rivoluzionarie, It bags e trends sono da sempre considerati alcuni elementi base del kit della donna perfetta. L'intramontabile binomio "donna = shopping" è una delle poche certezze della vita che ancora resiste, un po' come il lieto fine nei cartoni animati della Disney. Eppure, forse non è proprio così. In un periodo storico in cui la figura della donna è – ancora! – al centro di dibattiti e di lotte per l'affermazione della sua persona, della sua libertà ed emancipazione, ma anche per la tutela del suo corpo e dei suoi sacrosanti diritti, la quota delle designer è ancora in netta minoranza nel fashion system. Si avverte un'amara ironia in tutto questo, visto che la maggior parte dei consumatori a cui mira il mercato dell'abbigliamento sono donne.


  In un periodo storico in cui la figura della donna è – ancora! – al centro di dibattiti e di lotte per l'affermazione della sua persona, della sua libertà ed emancipazione (…) la quota delle stiliste è ancora in netta minoranza nel fashion system.

La gender equality sulle passerelle, le sfilate di noti brand di lusso a tema femminismo e rinomate maison di moda che affidano la direzione creativa a talentuose stiliste forse non sono sufficienti per attuare la rivoluzione sperata da noi donne. Nemmeno la tanto acclamata t-shirt di Maria Grazia Chiuri per Dior, che proclama "We Should All Be Feminist", ha reso il sogno di una moda egualitaria reale. A far luce su questo sbilanciamento di genere nell'industria della moda è stato Business Of Fashion, realizzando un'indagine sulle sfilate delle principali capitali del settore, ovvero New York, Londra, Milano e Parigi, per la stagione SS17.

Il magazine ha riportato che dei 371 stilisti a capo dei 313 brands presi in analisi, solo il 40.2 % sono donne. Non solo, questo sbilanciamento non è uguale in tutte e quattro le città delle settimane delle moda: l'indagine, infatti, mostra come a New York e Londra, che danno maggiore spazio a stilisti emergenti, hanno un numero più alto di donne, rispettivamente del 47.3 e 40.5 %. E in Italia? Secondo l'analisi di BOF, Milano ha il calendario con la percentuale più bassa di designer donne (31%), mentre Parigi è al secondo posto con il 37%. Basta guardare il programma dell'ultima Milano Fashion Week FW17 per constatare la realtà del dato, con sessantotto marchi di cui solo ventitré con a capo una donna. Per analizzare meglio questo fenomeno, abbiamo contattato chi con l'industria della moda ci lavora quotidianamente per capire cosa vuole dire essere una stilista italiana oggi. 

"Trovo che la presenza di donne in ruoli chiave di alcune delle più importanti realtà della moda italiana sia tutt’altro che marginale. [...] Il panorama della moda italiana è costellato di donne brillanti che hanno avuto la possibilità di esprimersi prima forse che in molti altri ambiti",

così ha esordito Daniela Fiorilli, stilista fiorentina fondatrice del brand Guen, ospite dell'ultima edizione del Fashion Hub Market durante la Settimana della Moda milanese. Dopo aver ricordato il lavoro di grandi donne che hanno fatto e tuttora fanno la storia della moda italiana e internazionale – Miuccia Prada e Consuelo Castiglioni per citarne alcuni – e altri nuovi nomi che stanno catturando le attenzioni e le ammirazioni della critica, come Vivetta e Marianna Rosati (DROMe), Daniela arriva a raccontare la sua esperienza personale, dicendo di "aver sempre incontrato molto rispetto”.

Quando le chiediamo se ha mai avvertito la moda come "ostile" nei confronti delle donne, senza esitare risponde:

"Nella mia esperienza personale non posso dire che la moda italiana sia ostile nei confronti delle donne. Negli uffici dove si sviluppano i progetti la presenza è massiccia e in ruoli chiave".

Dello stesso parere è Licia Florio, mente creativa dietro il marchio L'F Shoes e designer dinamica con una molteplicità di progetti. "Non sento la moda italiana come ostile nei confronti delle stiliste donne, non mi sono mai sentita esclusa in quanto donna, anzi ne ho sempre fatto un punto di forza", ha risposto riflettendo sul ruolo della donna nella moda italiana. Il suo pensiero si inasprisce pensando alla stupidità e all'ignoranza nel giudicare le persone che purtroppo è presente anche in questo settore:

"Ho visto e vedo, all’interno del sistema, azioni che prediligono una persona, rispetto ad un'altra, molte volte, non per questioni di sesso, ma di conoscenza/peso politico e altro".

Anche la stilista Marianna Cimini, che ha preso parte all'ultima edizione di AltaRoma, condivide lo stesso pensiero delle sue colleghe: "Non credo che la moda italiana sia ostile nei confronti delle stiliste, o delle donne in generale; ci son tante donne che hanno ricoperto e ricoprono ruoli chiave e decisionali, semplicemente l'argomento fa meno notizia e quando se ne parla la povera malcapitata di turno è analizzata al microscopio". E quando le chiedo qual è stata la sua esperienza in questo mondo lavorativo, risponde:

"Nell'arco della mia decennale esperienza lavorativa, gli scontri più duri, le delusioni più cocenti, le lezioni più belle, me le hanno impartite tutte grandi donne". 

Leggermente diversa è invece l'esperienza della fondatrice di Coliac Martina Grasselli che, parlando delle sue prime esperienza lavorative nel settore, precisa di quanto una presenza maschile agevolasse le transazioni e i contatti "a determinati livelli organizzativi" risultando più "rassicurante" rispetto a una figura femminile.

"Quando ho deciso di fondare Coliac ho fatto il triplo della fatica per impormi e dimostrare che valevo e ancora oggi sorrido con orgoglio a persone che durante gli studi mi dicevano che avrei fatto solo la porta borse di questo designer uomo."

Aggiungendo anche una riflessione importante quanto estramente attuale:

(...) Non si tratta, comunque, di una problematica a livello "settoriale" del nostro ambiente, quanto più di un discorso sociale estremamente ampio che andrebbe affrontato arrivando a parlare anche del rapporto uomo/donna. Per il resto io non ho ricevuto ostilità, mi reputo molto fortunata… la chiamerei più diffidenza".

Quindi, per quanto i dati della della ricerca di BOF siano concreti, dalle parole di Daniela Fiorilli, Licia Florio, Marianna Cimini e Martina Grasselli si può giungere a una rassicurante conclusione: le donne sono e saranno sempre un punto di forza nella moda. Non importa la quantità, ma la qualità delle stiliste, italiane o internazionali. Non è una coincidenza se gran parte delle rivoluzioni dell'abbigliamento sono state lanciate da una donna e non sorprende se molte stiliste, anche in Italia, continuano a conquistare il largo pubblico e i media internazionali. Inoltre, le ricerche statistiche forse sottovalutano un dato importante, ovvero il numero sempre crescente di nuove stiliste emergenti all'interno del circuito della Milano Fashion Week. Nomi come Vivetta e Stella Jean rappresentano un segno di cambiamento verso una maggiore attenzione per i nuovi nomi del panorama dell'abbigliamento e il fatto che siano donne non è una coincidenza. Il futuro della moda italiana forse risiede proprio nelle donne, che già nelle ultime stagioni stanno riscuotendo sempre più successo e visibilità, come il caso più eclatante della stilista Maria Grazie Chiuri da Dior dimostra. Dunque, le statistiche giocano a svantaggio delle donne, ma quel che è certo che la carenza numerica è colmata dall'enorme talento di queste designer.
Seppur in numero minore, le donne della moda italiana sanno come farsi valere e apprezzare.