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Come scomparire completamente dal web

Abbiamo intervistato Andrea Quartarone per indagare l'importanza della nostra presenza mediatica

Come scomparire completamente dal web  Abbiamo intervistato Andrea Quartarone per indagare l'importanza della nostra presenza mediatica

Avete mai pensato di eliminare la vostra presenza dal mondo virtuale? Quelle fastidiose mailing list a cui non ricordate nemmeno di esservi iscritti o quell’account twitter di cui avete dimenticato la password nella scorsa decade da oggi non saranno più un problema!
Sulla scia degli ultimi eventi come la pubblicazione delle e-mail di Hillary Clinton e la recente legge inglese sulla pubblicazione delle ricerche browser dei cittadini inglesi, due sviluppatori svedesi hanno create deseat.me, un sito web che permette la pulizia della vostra presenza online. Sulla linea del protocollo di sicurezza Google, non viene richiesta nessuna informazione sui dati personali dell’utente limitandosi a rintracciare e, se si desidera, eliminare i vari account a noi collegati. Una volta effettuato l’accesso al sito web avviene la scansione dei vari accessi a piattaforme, applicazioni, social network e siti web avvenuti tramite computer (e non sul server) permettendo il mantenimento della privacy in tutta sicurezza.
Incuriositi da questa nuova soluzione per pulire la propria presenza online, abbiamo investigato l’importanza del web e della presenza online con Andrea Quartarone, docente  presso l’Università Bocconi.


#1 Ha avuto l’opportunità di provare deseat.me, cosa ne pensa?
Penso che faccia un lavoro diverso da quello che promette. Il sito si collega all’account Google e fa un censimento degli account aperti a tuo nome, chiedendoti quali vuoi mantenere e quali chiudere. Il problema è che per fare pulizia degli account vecchi o inutilizzati, il sito ti rimanda alle singole pagine di disiscrizione delle varie piattaforme. È comprensibile, ma a questo punto devi recuperare user e password per tutti i portali e questo comporta – ammesso e non concesso che tu riesca a ricordarli o trovarli nel tuo archivio digitale – una gran spesa di tempo. E puoi finire col pensare che, tutto sommato, non ne valga la pena. Quello che deseat.me fa, invece, e molto bene, è darti un quadro d’insieme delle mille piattaforme a cui nel tempo ti sei iscritto, ed è un viaggio nel tempo e nella memoria straordinario, che riserva delle sorprese (io ho scoperto di avere nel tempo utilizzato più antivirus di quanti malaware mi abbiano mai colpito, o di avere ancora attivo l’abbonamento a pagamento a IMDB Pro, inutilizzato da anni). Resta il fatto che l’idea alla base sia brillante e attualissima, che intercetta temi grossi, non ancora del tutto visualizzabili. Faccio un esempio: a noi è sconosciuto il quotidiano delle generazioni precedenti (cosa sappiamo degli amori dei nostri genitori? Poco: quello che loro hanno voluto raccontarci) mentre noi saremo la prima generazione il cui passato, grazie alle nostre presenze digitali, sarà perfettamente ricostruibile anche in futuro, potenzialmente in eterno. E il fatto che possa rimanere a lungo memoria, e anche molto precisa, della nostra vita, potrebbe diventare domani un meccanismo di destrutturazione sociale. Tra qualche anno, noi nati o cresciuti con i social, coesisteremo come anziani, offline, e come eternamente giovani, online. Un meccanismo che potrebbe avere impatti imprevedibili sui concetti di identità personale e sulle strutture relazionali inter-generazionali. 

#2 Com’è cambiata la nostra vita, con internet, negli ultimi quindici anni?
Lo ha rivoluzionato. Di solito faccio questo esempio, che definisce bene la distanza tra il vecchio e il nuovo mondo: nel 2003 facevo il primo - e fortunatamente ultimo - stage della mia vita quando mi viene chiesto – via sms - dal produttore del programma TV in cui lavoravo di scrivere una breve relazione sui moti studenteschi milanesi del 1977 (di cui allora sapevo poco o niente). Il cellulare era solo un cellulare, non avevo un portatile, non c’era il wifi e anche se avessi avuto un computer e un collegamento non sapevo dove avrei potuto trovare le informazioni che mi servivano.Quindi: vado in biblioteca, aspetto il mio turno per accedere al computer col database, cerco il materiale (articoli e libri), richiedo il materiale, leggo il materiale, prendo appunti (sempre cartacei), vado in aula computer, altra coda per trovare una postazione, apro word, copio i dati, li metto in bella, e mando la mail. Tempo materiale per fare tutto questo due ore/due ore e mezza. Al giorno d’oggi, dieci anni dopo, tutto questo può essere fatto in meno di 10 minuti. Oggi veramente abbiamo il mondo nelle nostre tasche, e non solo un mondo di conoscenze, ma anche di rapporti umani e di possibilità. Il problema che nel caso ne scaturisce è il farlo uscire dalla tasca e riposizionarlo. Ma è un discorso lungo, lo facciamo un’altra volta.

#3 Come i nuovi media hanno influenzato le nuove generazioni?
Partiamo dal presupposto che i media digitali, i media in generale, sono uno strumento, neutro per definizione. È l’utilizzo che se ne fa a determinare un qualche effetto su chi lo utilizza e – più in generale – un qualche impatto sulla società. I Millennials, i nativi digitali, hanno per esempio delle spiccate capacità di sintesi e di selezione delle informazioni, perché sono abituati a essere bersagliati da migliaia di input ogni giorno. Di contro, il meccanismo cognitivo di selezione dei contenuti per qualcuno è un po’ troppo accentuato, arrivando al punto di accettare soltanto cluster informativi auto-confermativi, con pochi margini di sviluppo critico del pensiero. In ogni caso sono ottimista: nascere in un mondo digitale significa impararne le regole sin da piccoli, e dunque possederle meglio di chi ha assistito alla rivoluzione digitale da adulto con pattern cognitivi già sviluppati, non necessariamente funzionali alla contemporaneità. È sempre successo così, a ogni progresso tecnologico o di costume.

#4 Cosa ne pensa del dibattito – molto recente – sul rapporto tra post-verità e social media?
La post-verità è un fenomeno culturale, sociale e politico che in molti pensano sia dovuto a internet e ai social ma bisogna chiarire che il tema della parzialità dell'informazione è antichissimo. I media tradizionali - televisioni e giornali - molto spesso non sono neutrali nel riportare le notizie, con processi distorsivi più o meno accentuati. Noi sappiamo che la tale testata giornalistica è più o meno vicina ai nostri valori, al nostro sentire, e la scegliamo o ne rifiutiamo le assunzioni essenzialmente in base a quello perché le persone, tendenzialmente, preferiscono nutrirsi di flussi informativi auto-confermativi. Ma è un gioco a carte scoperte. Internet e i social media invece offrono tali strumenti di creazione e condivisione dei contenuti - e di dibattito attorno a questi -  che è diventato estremamente difficile distinguere nel marasma informativo la verità da una sua interpretazione.

L’importanza dei social network e il loro impatto sulla nostra società in circa dieci anni dal loro debutto è innegabile ma questa progressiva normalizzazione dove ci porterà? Passando un’intera esistenza a postare e condividere la nostra quotidianità, arriverà un momento in cui di noi resterà traccia solamente su queste piattaforme… che ne sarà del diritto all’oblio?